STORIE DAL MIO GARAGE

Cronache (vere, o ispirate dal vizio di scrivere) di una motociclista italiana emigrata dove i locali, se possono, se ne vanno altrove.


25 aprile 2017

IN MEMORIA

La notizia che ieri a 88 anni è morto l'autore di "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" mi spinge a dedicare qualche pensiero ad un tema spinoso come è quello dei motociclisti filosofi.... Mi è sempre andata male quando, negli anni passati, ho voluto comunicare ad altri motociclisti come me la passione per questo libro: sono stata attaccata, presa in giro, messa in ridicolo e infine, liquidata, da persone che ritenevano il mio approccio al libro in questione, tipico della gente arrogante, intellettualoide e che si crede d'essere chissà chi. Ero motociclista: cosa altro pretendevo di dimostrare a parte il mio saper stare in equilibrio? A parte il mio saper "scorrere" sulla strada, da chi pretendevo di voler essere seguita? Che mi limitassi a guidare!

Il libro di Pirsig è stato per la maggior parte di chi lo ha letto, almeno in Italia, una gran delusione. Dal titolo (sorvolando sullo "Zen": tre lettere che, volendo, possono anche essere trascurate da chi non ha particolare affinità o simpatia con le filosofie orientali) i più si aspettavano un solido romanzo sull'amore che lega un essere umano ad una macchina con due ruote e un motore. Sbagliato. Dopo le prime dieci pagine è chiaro, anzi chiarissimo, che non siamo davanti ad un libro SULLA MOTOCICLETTA, su quanto è bello andare in moto o su quanta soddisfazione si tragga dal fare manutenzione alla propria moto...Pirsig parla a lungo anche di questo, sulle insidie nascoste nei libretti d'istruzione e nei manuali di manutenzione in genere, ma lo fa prendendo questo spunto per parlare anche d'altro: di filosofia, di sé, della vita e della morte, della follia, della Qualità...il tutto durante un coast to coast negli USA con un figlio di nove anni al seguito. Le descrizioni del viaggio - svelti e intensi paragrafi che parlano di cambi di rotta su strade secondarie, di bufere improvvise, camping improvvisati eccetera - in certi punti sono una vera e propria pausa rilassante dalla difficoltà di lettura del resto del libro, e a volte uno non vede l'ora che venga la successiva.
Già, perché il romanzo di Pirsig è bello complicato: è un libro su cui c'è da rompersi la testa. È anche  inquietante, soprattutto quando salta fuori l'ombra del protagonista che si scopre essere il suo passato di malato di mente che torna, a ondate, a insidiare la (relativa) normalità del presente, spingendolo a rimettere tutto in discussione, viaggio compreso.
E tanti motociclisti "poco abituati a leggere", tanto per usare un'espressione blanda, che non susciti nuove polemiche in questo nuovo mondo di permalosi, dopo quelle fatidiche 10 pagine lo hanno mollato e tanti saluti, conservando il ricordo di un'emerita fregatura.
Ora...dovremmo metterci in causa noi tutti, i motociclisti filosofi voglio dire, intellettuali o pseudo-intellettuali che, a suo tempo, lo abbiamo sbandierato come IL libro per chi si riteneva un VERO motociclista...perché anche noi eravamo lontani dall'averlo capito del tutto, e ancora lo siamo. Potevamo avere ammesso con gli altri che, sì, in effetti non era proprio un libro semplicissimo, e che in certi momenti la lettura ci era costata uno sforzo notevole. Io, da parte mia, confesso di avere a suo tempo persino saltato qualche pagina la prima volta, tanto il significato in quel punto mi era ignoto, e la lettura frustrante.... C'è da dire però, che quel che difendevamo allora era semplicemente la percezione di aver avuto tra le mani un libro differente, che per la prima volta suggeriva la possibilità che la vita potesse essere compresa ANCHE ATTRAVERSO la moto; o l'illusione di aver capito qualcosa di unico che Pirsig aveva deciso di trasmettere a noi MA ANCHE a chi di moto non se ne intendeva per nulla e magari non ne avrebbe mai guidato una: un modo di guardare la vita, forse; un modo d'essere nella vita, forse...un modo meno superficiale, più consapevole, più più più..."pensato".
E comunque: forse che abbiamo trovato qualche umile collega che, prima, dopo o durante un giro in moto ci ha chiesto: "Spiegami meglio. Cosa vuoi dire? Cosa credi che abbia voluto dire, il professore?" (Pirsig era professore; un'occupazione in genere non amata dai motociclisti ex-ultimi della classe). No, almeno io non ho mai incontrato un motociclista anche solo minimamente curioso di scandagliare un po' più le difficoltà oggettive di lettura di questo romanzo.
E in effetti , QUESTA è stata anche la fregatura, secondo me. Perché chissà, in due magari ce l'avremmo fatta a capire, e dopo saremmo andati avanti appaiati, senza più smettere d'imparare l'uno dall'altro...Utopie. Ma lasciamo perdere.
Oggi, io sento di dovergli tantissimo, a Robert Pirsig, 88enne morto nel Maine come un quasi sconosciuto...Non solo il libro in sé, gelosamente custodito tra i  libri di e sulla moto, romanzi, saggi, biografie...ma tutto un modo d'essere che, ripeto, ritengo di aver solo lontanamente percepito dalle sue riflessioni di allora.
...Come per esempio la scelta ostinata di muoversi sulle strade secondarie, nel suo caso, alla scoperta dell'America. Io potrei dire oggi "alla scoperta dell'Asturia"...È SEMPRE meglio muoversi sulle secondarie, perché lì sta la vita vera, gli imprevisti e gli incontri più autentici; perché dove nessuno sceglie di andare se non per sbaglio, la strada è sgombra tanto per guidare come per pensare. Grazie, Pirsig.
...O come anche l'importanza degli attrezzi con cui procedere ad una riparazione o correzione o messa a punto del proprio mezzo. E parlo, sottolineo, da quasi ignorante in materia. Rispetto il principio però: che gli attrezzi sono l'unica cosa di cui disponiamo PER RAGIONARE. Fanculo al libretto d'istruzioni, quello è fatto per non capire. No: ho degli attrezzi a disposizione, penso e agisco...Magari passo due ore IN CONTEMPLAZIONE, MEDITANDO...guardando la moto finché le risposte iniziano ad arrivare. E qui sta lo Zen; quelle tre letterine tanto trascurate, che per Pirsig avevano importanza dopo aver studiato la filosofia indu e vissuto in Oriente...Ho risolto più paragrafi io finora dei miei libri, restando a meditare di fronte ad una spiaggia asturiana, lavorando dentro di me, che un meccanico vero nella sua officina! Lavorare mentalmente, autonomamente, coi propri strumenti a disposizione, è la chiave per risolvere qualunque guasto. Ma dirò di più: a volte semplicemente l'atto di stare a guardare la mia moto da vicino mi è servito a capire meglio me stessa.
E poi c'è la Qualità....le sue parole: che tutti sanno cos'è e quindi nessuno lo sa. Cioè, che tutti credono di sapere il significato della parola "qualità" ma in realtà non è con il significato che si impara a vivere..La Qualità va cercata, costantemente. A volte ci sfugge, altre la intravediamo ma non possiamo raggiungerla. Altre ancora ci imbattiamo in essa, e di botto ci viene la voglia di mandare tutto il resto a quel paese pur di perseguirla, pur di farne lo scopo della nostra vita.
Ci vogliono anni per prendere il ritmo, e poi si va avanti così: alla ricerca costante della Qualità con la Q maiuscola. Mi chiedo se lui l'abbia raggiunta, alla fine...prima di precipitare nei problemi di salute inevitabili con la vecchiaia, e che alla fine hanno avuto la meglio. Anche se l'importante, in fondo, credo sia raggiungere delle "vette" di qualità; singoli momenti irripetibili che sommati gli uni agli altri nei casi migliori arrivano a ricostruire una vita all'insegna della Qualità. Ecco. Un momento per me, è stato la lettura di questo libro unico: l'incontro con il primo motociclista filosofo della mia vita che, da lì, mi ha sgombrato la strada, e spinto a procedere dando gas. Di testa, anche.


01 febbraio 2017

Cerotti/Parches





Uno che non ”tiene famiglia”, come invece è il mio caso, e non ha vissuto lo stress e il collasso economico da trasloco-internazionale-in Asturia dopo 3-anni-di restauro-casa semi-distrutta, non può capire. Ci sono momenti, periodi, in cui il suddetto (o la suddetta, in questo caso io) può scordarsi della musica. Sembra una sciocchezza, ma non lo è. Solo e solamente la musica alleggerisce l’animo, e fa sembrare tutto come un gioco: sopportabile, superabile, meglio di quel che è o comunque sia, peggio ma interessante, bello, strano, buffo, misterioso..A volte penso che le coglionate di tanti politici sono così immense perché le compiono senza ascoltare musica...Donald Trump non avrebbe mai potuto impedire l’ingresso negli USA alla gente islamica se un consigliere premuroso gli avesse messo un sottofondo di Bach mentre si apprestava a firmare: Bach non appartiene a questo mondo, compone su un piano mistico quasi, e gli avrebbe quantomeno ricordato la pietà, la com-prensione..O se lo stesso consigliere caritatevole gli avesse messo a tradimento “What a wonderful world” di Louis Armstrong mentre blaterava con la Merkel al telefono: sono convinta che avrebbe cambiato tono, che avrebbe sdrammatizzato..E se i politici italiani ascoltassero ogni tanto qualche quintetto di Boccherini o Ella Fitzgerald, non lascerebbero tanto a lungo i terremotati senza casa. Comunque, le mie sono solo opinioni. Ipotesi.
Nel mio caso non importa il genere, e dipende dai momenti. A volte è la classica a riportarmi a galla o a farmi scoppiare in un pianto liberatorio, a volte la moderna, il jazz o il punk o il post-punk o, e veniamo a noi, il rock...
Oggi, dopo il lavoro e durante la pausa-pranzo (lavoro in casa e quindi mi impongo auto-disciplina, ore di lavoro e ore di pausa. Lo faccio seriamente, ma a volte penso che non incontrerei un capo migliore di me, soprattutto pensando che il “lavoro”, quando non si tratta di scrivere articoli per riviste di moto, è solamente...scrivere per me. Ma anche questo, chi non lo sa, non può capire quanto sia “lavoro”). Comunque, dicevo, durante la pausa-pranzo, particolarmente soddisfatta del risultato mattutino, decido di preparare rapidamente un impasto per i biscotti prima di rimettermi sotto, e RICORDO improvvisamente che POSSO – beata solitudine, benedetta scuola..._ ASCOLTARE MUSICA, che NE HO, TANTA...
Corro verso l’apparato, i dischi, i CD, l’amplificatore e il giradischi di mio nonno, la radio anni ‘70 miracolosamente funzionante, e rapidamente, anche troppo, scelgo, come per paura di cambiare idea o che qualcosa me la faccia cambiare, che so, una telefonata dalla scuola...Afferro l’astuccio polveroso di una “compilation” anni sessanta auto-prodotta, cioè, registrata in casa: la colonna sonora di “Scorpio Rising”. Volume alto, senza limiti. Tanto nessuno mi sente, qui nel concejo di Valdés: non ho vicini né sopra né sotto né accanto, uno dà noia soltanto alle mucche, non c’è un’anima in giro, e le poche alla giusta distanza.
Torno in cucina. Impasto...burro zucchero uova...La melodia inizia a circolare nell’aria, insieme ai ricordi. Mi ricordo che questa musica l’ascoltavo di continuo in Italia i mesi prima di partire, guidando il mio vecchio maggiolone blu con cui andavo a prendere Matilde all’asilo. Cantavo, e cantava anche la bimba, a gola spiegata insieme a me, ridendo, ed io le mimavo le frasi in inglese per fargliele capire, o gliele traducevo al volo: come “I don’t know much about History, I don’t know much about Biology..”; da “Hit the road Jack, don’t you come back no more no more no more no more...” a “Blue Velvet” a “Love is like a Heat Wave” a “My boy friend’s back”, battendo contro il volante il ritmo incredibile di “Wipe out” dei Surfario.
Eravamo sul maggiolone, ma avremmo potuto essere in moto tranquillamente, tanto un senso di libertà e di sfrenata allegria dilagava letteralmente nell’abitacolo sgangherato color crema... E lei no, ma io sì: immaginavo di arrivare in Spagna, quell’estate, carica di energie da scoppiare, e di imbiancare e di finire il pavimento e il garage  - futuro santuario mio e di Juan - a suon di musica, e di cucinare ovviamente, senza mai annoiarmi. La nostra avventura. La nostra fantastica avventura. Senza schizzi sui parafanghi. Neanche uno.
Beh, oggi che è un giorno buono, ammetto che tanto male non mi è andata, in definitiva. Non mi posso lamentare nonostante quasi tutto sia ancora a gambe all’aria. E la musica mi raggiunge in cucina, fluida: penetra in profondità, e all’improvviso sento che me la sto sparando come una droga in vena, ma cos’è? Ah, è MU-SI-CA...”mano de santo” come si dice qui. Lentamente inizio a muovere i fianchi come non mi ricordavo di saper fare...Poi mi scateno: ballo, canto e ringrazio me stessa che posso ancora muovermi senza che mi vengano i crampi, e il movimento sale sale sale...Sono in moto, la stessa danza, ma tra le curve! E non ho mai guidato così bene (yeees. “You look like an Angel”...but “You are a devil in Disguise!”) E mi scateno, mi scateno: un occhio alla ricetta e una corsa a rimettere lo stesso brano di Elvis, che è proprio come una droga, perché ORA non mi stancherei MAI di ascoltarlo. Né m’importa di nient’altro al mondo. Quando prendo il vaso con la farina sulla madia sento che lo potrei tirare in cucina, come un fresbee...Mi trattengo, prendo, peso, verso, giro giro giro (corsa a rimettere..), poi lancio un legno nella stufa (centrando l’imboccatura, sportivamente, così..). Poi afferro un limone, per grattugiare la scorza. Lo tiro per aria come un giocoliere consumato, e vorrei poterne avere sei o sette per fare quel giochetto che ho sempre invidiato a chi lo sa fare...Corro: otra vez. Lo mismo. E vai! Idem come sopra: ballo, canto, ancheggio, finché con la coda dell’occhio non vedo un colore mescolarsi all’impasto, che d’istinto so che non può appartenere alla mia ricetta. Sto sanguinando. MERDA! Mi son tagliata con la grattugia! Mi son grattugiata il dorso del pollice! L’esaltazione lì per lì si trasforma in agitazione. Aiutooo! Tetano? No, sono vaccinata ancora per due anni. A malincuore lascio l’impasto e lascio che la musica corra, che il sangue coli; schizzo su per le scale, in bagno, a mettermi un cerotto. Quando arrivo su mi sento tutta allegra, di nuovo, sarà il sole che ho visto invadere la galería dalle vetrate... E continuo a cantare, e non perdo tempo a disinfettarmi perché voglio mettere di nuovo quel pezzo di Elvis che oggi mi fa sentire come se non avessi un problema al mondo, o come se quelli che ho fossero risibili sciocchezze. È bello ridimensionare ogni tanto. È terapeutico, bisogna farlo. Scendo saltellando come un’imbecille; telecomando (solo il lettore CD, di tutto l’impianto stereo, è roba moderna) e rimetto il pezzo di prima. Poi torno in cucina per terminare l’opera e metterla in frigo. Il tempo sta scadendo, lo so: l’arrivo del pulmino della scuola alle quattro e mezzo è il ponte levatoio che si alza; significa la fine della Libertà, e l’inizio della Pazienza, il riavvio di un’altra dimensione non sempre musicale; inconcepibile a volte, gradevole ma anche sgradevole. Chi non lo sa non può sapere, e la finisco qui.
Ma poi, all’improvviso, lo sguardo mi ricade sulla mano ferita. E non posso credere ai miei occhi: mi son messa senza pensare un cerotto di mia figlia...di quelli con le figurine, tutti a colori; me lo sono messa convinta, forse d’essere io quella bambina. Almeno per oggi.  Sopra c’è un giocatore di baseball su fondo giallo, che si appresta a lanciare la palla con espressione baldanzosa..Fin dove arriverà? Lo applaudiranno? Mi applaudiranno?
Ecco. Volevo solo dire questo: cosa non riesce a fare, la musica.

Parches.
Quien no tiene familia ni ha vivido el estrés y el colapso económico que viene con una mudanza internacional Italia–Asturias después de tres años de restauración de una casa hecha un desastre, no me puede entender. Hay momentos, periodos, en los que esta persona (yo, en este caso) puede olvidarse de la música. Parece una tontería, pero no lo es. Únicamente la música aligera el alma, sugiriendo la idea de que todo sea como un juego: soportable, temporal, mejor de lo que es o en cualquier caso peor pero interesante, raro, extraordinario, misterioso…A veces pienso que las gilipolleces de muchos políticos resultan tan enormes porque las cumplen sin escuchar música…Donald Trump nunca hubiera podido rechazar de EE.UU la gente de Islam si un colaborador amable le hubiera metido algo de Bach en trasfondo mientras estaba firmando: Bach no pertenece a este mundo, compone en plan místico casi, y al menos le hubiera sugerido la piedad o la comprensión…O si el mismo consejero caritativo  se hubiera atrevido en meterle sin avisar “What a wonderful world” de Louis Armstrong mientras amenazaba indirectamente la Merkel por teléfono, estoy convencida que hubiera dicho algo diferente o hubiera al menos modificado el tono. Aunque estas son solo opiniones mías. Hipótesis.
En mi caso no importa el genero, o depende de los momentos. A veces es la música clásica la que me tira para arriba o hace que explote en un llanto liberatorio, a veces la moderna: jazz, punk, post-punk o, y de eso voy a hablar, el rock...
Hoy, después del trabajo y durante la pausa para comer (trabajo en casa y me impongo cierta auto-disciplina : horas de trabajo y horas de pausa. Soy bastante implacable y a veces pienso que nunca encontraría un jefe mejor, sobre todo pensando que mi trabajo consiste en escribir artículos para revistas de moto o…en escribir para mi misma, aunque esto también no lo puede entender cualquiera si le digo que es trabajo de verdad, y muy duro. De todas formas, decía, después de comer, como me sentía satisfecha por cómo había ido la mañana, he decidido preparar rápidamente una masa para galletas antes de subir otra vez al estudio. De repente, ME ACUERDO que pues PODRÍA – beata soledad, escuela bendita -  PONERME A ESCUCHAR MÚSICA…y que TENGO MUCHA…
Deprisa corro hacia el mueble donde tengo discos, CD, el amplificador y el tocadiscos de mi abuelo, una radio de los años ‘70 que funciona de milagro y siempre corriendo –demasiado incluso - elijo, como por miedo de cambiar de idea o que algo me la haga cambiar, no sé, una llamada del cole…Agarro el involucro polvoriento de una recopilación casera de los años Sesenta: la banda sonora de “Scorpio Rising”. Volume alto. Sin limites. Total: ninguno me oye aquí; no tengo vecinos ni arriba ni abajo ni a lado, puedo molestar solo a las vacas y a ellas no le importa nada lo que hago.
Vuelvo a la cocina y empiezo a amasar…mantequilla azúcar huevos..La melodía vuela por el aire y me trae recuerdos. Me acuerdo que esta banda en particular la escuchaba continuamente en Italia, dos meses antes de irme mientras conducía mi antiguo escarabajo azul hacía la guardería adónde iba para recoger a Matilde. Cantaba, y cantaba la niña también, en voz alta conmigo, riéndose, y yo le mimaba las frases en inglés para que ella las entendiera un poco o se las traducía improvisando: frases como  “I don’t know much about History, I don’t know much about Biology..”; o como “Hit the road Jack, don’t you come back no more no more no more no more...”, o aún como “Blue Velvet” , “Love is like a Heat Wave” , “My boy friend’s back”, a veces golpeando solo la mano contra el volante según el ritmo increíble de “Wipe out” de los Surfario.
Estabamos dentro del escarabajo, pero hubiéramos podido tranquilamente estar a lomo de mi BMW por el sentido de libertad y la loca alegría que salía de nosotras llenando literalmente el habitáculo destartalado de color crema… Y la niña no, pero yo si: me imaginaba llegar a España, aquel verano, cargada de energías como para explotar, y pintar las habitaciones, acabar el suelo o arreglar el garaje –futuro santuario mío y de Juan -  escuchando música, cocinando incluso con música, sin aburrirme nunca. Nuestra aventura. Nuestra fantástica aventura. Sin salpicaduras en los guardabarros. Ni una.
Pues y como hoy es un día de los buenos puedo admitir que no ha ido tan mal todo…que no me puedo quejar, que debería estar contenta a pesar de que mucho haya todavía que arreglar. La música me alcanza, en la cocina, fluida, penetra en profundidad, y de repente siento como si me la estuviera disparando en una vena, como una droga..pero ¿QUÉ ES? Ah..es música…”mano de santo”. Y poco a poco empiezo a mover las caderas de una forma como no pensaba ser capaz ya …Luego acelero: bailo, canto y doy las gracias a mi misma porque puedo todavía moverme sin tener calambres y las notas suben suben suben…Estoy en moto, pilotando el mismo baile pero ¡entre curvas! Y nunca he ido tan bien  (yeees. “You look like an Angel”...but “You are a devil in Disguise!”). Bailo con mucha energía, ritmo: un ojo en la receta y una carrera hacia el aparato para meter otra vez y otra vez la misma canción de Elvis ya que es exactamente como una droga, ya que AHORA no me cansaría NUNCA de escucharla. Ni me importa de nada más en el mundo. Cuando agarro el bote de harina sobre la dispensa, siento que podría tirarlo hacia la cocina, como un fresbee..Me resisto (es de porcelana). Lo cojo, mido, echo y giro giro (corro hacia el aparato) luego lanzo un trozo de madera dentro de la cocina de leña (así, y acierto la boca…). Luego cojo un limón para rallar la piel. Este también lo lanzo en el aire y de repente desearía tener seis o siete para jugar a aquel juego que siempre me ha dado envidia en los acróbatas…Corro…otra vez; lo mismo. Bailo, canto sin cesar, moviendo las caderas, hasta que con el rabillo del ojo veo un color mezclarse con la masa e instintivamente sé que no se trata de un ingrediente…Estoy sangrando. ¡MIERDA! ¡Me he cortado con el rallador! ¡Me he rallado el pulgar por arriba! La exaltación se convierte por un momento en agitación. ¡Socorro! ¿Tetano? No. Estoy cubierta por la vacuna todavía un par de años. A regañadientes dejo la masa y dejo que la música siga y que la sangre se derrame; vuelo hacia arriba por las escaleras, hacia el baño para meterme un parche. Subiendo ya estoy otra vez alegre quizá porque he divisado el sol que a esta hora  invade la galería…Así que sigo cantando, y no pierdo tiempo en desinfectarme porque quiero meter otra vez aquella canción de Elvis, la que hoy hace que me sienta sin un problema o como si los que tengo fueran nada, una broma. Hay que redimensionar las cosas de vez en cuando. Es terapéutico, fundamental. Bajo saltando como una imbecil; cojo el mando a distancia (sólo el lector de CD, de todo el aparato, es algo moderno) y meto mi canción. Luego vuelvo a la cocina para terminar la obra y meterla en la nevera. El tiempo está acabándose, lo sé. La llegada del autobús del cole a las cuatro y medio es el puente levadizo que sube: significa el fin de la Libertad y el principio de la Paciencia, el reanudarse con otra dimensión no siempre musical; difícil de entender a veces, agradable pero incluso desagradable. Quien no lo sabe no lo puede saber, y aquí me paro.
Pero en un momento la mirada se me cae en la mano herida. Y no puedo creer en lo que veo: me he metido sin pensar un parche de mi hija…de estos que tienen figuritas, de colorines..Me lo he metido convencida…quizá de ser yo aquella niña. Al menos hoy. Encima se ve un jugador de baseball en campo amarillo, mientras se prepara para lanzar y tiene una expresión gloriosa… ¿Hasta dónde llegará? ¿Le aplaudirán? ¿Me aplaudirán?
Solo esto quería decir: lo que puede hacer la música, hombre...


23 dicembre 2016

Racconto di Natale - Cuento de Navidad



RACCONTO DI NATALE

Di punto in bianco avevamo deciso di andare a pranzo al nostro ristorante preferito, en La Malleza. Una vigilia natalizia alquanto intima, la seconda in Asturia: soltanto Juan, io, e “la niña”. Veramente, un motivo in più per uscire un pre-festivo e recarsi in un posto a quaranta minuti buoni da casa, con la bimba appresso, che ogni dieci minuti non avrebbe fatto che ripetere: “Papi, quanto manca per arrivare?”, c’era. Sarebbe stato il giro inaugurale sul nostro nuovo, fantastico mezzo: una Chrysler Voyager, tutt’altro che nuova, del ’91, comprata per pochi spiccioli, revisionata, gommata e poco più, tutta da provare per provare a noi stessi, i pazzi, motoristicamente parlando, d’aver fatto l’ennesimo acquisto ragionevole: una macchina che avrebbe condensato l’indole viaggiatrice, elegante e veloce dell’acquattata e potente Volvo T5R che stavamo per vendere, e la capienza generosa del furgone Transporter appena venduto, che dal 2007 ci era servito sia per caricare moto (e sogni), che come una stanza in più quando stavamo in Italia, vivendo noi, all’epoca, in una colombaia, come la chiamava mia madre, di 50 metri quadri...
E poiché avevo il ricordo di un percorso alternativo suggerito da google maps come il più rapido, prima di partire, già in macchina, avevo dato un’occhiata alla cartina, così, en passant. In effetti, anche la carta indicava un bivio a destra in località Arcallana, sulla AS222, a circa 5 Km da casa: una secondaria o terziaria che puntava giusto contro le pale eoliche di Salas, scollinando direttamente a La Malleza dalla quale, in effetti, ci separa in linea d’aria solamente una delle tante onde convertite in solide colline di sempreverdi, che sembrano staccarsi direttamente dal mare vivo della costa asturiana.
Il pensiero di una strada mai vista su cui mettere gli pneumatici ci ha solleticato subito, con tutta la curiosità da giovani esploratori ancora relativamente nuovi di questa regione, non più così giovani magari, ma alquanto sognatori sì, e incoscienti senza volere; costretti alle quattro ruote per spostarsi in inverno, e con prole al seguito, va bene, ma essendo in due, faceva un paio di ruote a testa, dopotutto, e si fa presto a sentirsi comunque motociclisti nell’anima...E così, avevamo deciso senz’altro di inaugurare macchina e strada lo stesso giorno; tra l’altro, con un sole splendente – di quei pomeriggi che chiamano a sentirsi tutt’uno con il paesaggio – e sentendoci i furbi della situazione, dal momento che secondo google maps, quella rotta ci avrebbe risparmiato quasi venti minuti di strada. Il pensiero di degustare prima del solito una delle crocchette liquide all’ortica di Luis, era a dir poco esaltante. E vai...
Una volta giunti ad Arcallana, svoltammo dentro il gruppetto sparuto di case che danno il nome a questa frazioncina incantevole, persa nella campagna. La strada, in quel punto, sembrava a malapena a senso unico, ma poteva dipendere dal fatto che, appunto, stavamo attraversando un centro abitato: casa-horreo, chiesina, horreo-casa, cuccia-cane, cuccia-cane, cimitero, scuolina abbandonata... E via così, fino a scorgere un cartello sospetto, ma che non ci insospettì abbastanza - dipinto a mano su una tavola di legno bianco - che indicava di scendere a destra verso “La Malleza”. Tombola! Pensai. E mi misi comoda sulla poltrona da aereo di prima classe della Voyager, pronta a godermi appieno l’escursione dopo aver passato il tablet con i giochi del Dott. Panda a Matilde, perché anche lei fosse impegnata. Mi ero sentita solo un po’ infastidita da un commento poco opportuno di Juan sui freni a tamburo posteriori della Chrysler, che su una macchina lunga e pesante come un minibus non sono proprio il massimo, soprattutto se consumati...Tanto, i soldi per cambiare anche i freni non li avevamo, al momento, e quindi: perché farsi tante seghe mentali inutili?
“Tu pesta, fratello”, gli avevo intimato, sottovoce.
La strada era assolutamente spettacolare: un canyon verdeggiante, super- selvaggio, attraverso un bosco primordiale dove ti aspetti l’orso o il cervo sbucare dietro il tronco più vicino; prati scoscesi, e magnifiche curve a gomito immerse ancora in un verde brillante, nonostante fosse dicembre inoltrato. L’Asturia è proprio un paradiso. Incorrotta, antica.
Ai primi “oohh!” e “che meraviglia!”, il mio driver ispanico, più caratterialmente catastrofico e pessimista come i suoi connazionali, obiettò che tanta bellezza suggerirebbe d’essere vista in sella ad una snella enduro, piuttosto che con il culo su un elefantino largo come un armadio a tre ante; poi aveva rallentato per immettersi con circospezione su un ponticino dall’aria alquanto fragile e improvvisata, prima di continuare ...o al limite in sella ad un cavallo vero!
“Non ti distrarre” avevo ribadito io, che lo conosco bene, senza smorzare l’entusiasmo che serve di solito ad alimentare entrambi: avevo già visto due falchi, un’aquila ratonera, e intravisto quel che mi era sembrato un paio di corna di erbivoro, in distanza. Dentro di me, tuttavia, dovevo ammettere che la strada sembrava di quelle che, in parte, avevo già visto durante le mie escursioni con la GS, quest’estate: con l’erba e il muschio bucando l’asfalto al posto della linea bianca di mezzeria, segno che non era transitata, forse in disuso da anni, e che chiamarla “a doppio senso” era concederle una qualità che, a tutti gli effetti, non dimostrava, o che aveva perso a suon di frane mai riparate.
In breve, giungemmo ad un altro bivio segnalato sulla cartina, come vidi subito, seppure sia in direzione Lendepeña che Arquillina, le due strade sembrassero interrompersi dopo pochi chilometri. Ma di quando era la carta? Avevo deciso fin dall’inizio di affidarmi ai vecchi sistemi, del resto, i più evocatori della sana avventura: la signora dal tono pedante del nostro GPS non aggiornato, come previsto, era rimasta senza parole subito dopo aver imboccato il primo bivio che, secondo google maps, ci avrebbe portati alla mèta in un pis pas, come dicono qui; con certa dignità, devo dire, taceva come di fronte ad una decisione più grande di lei e noi, per una volta, non potevamo rimproverarle niente. Quanto ai nostri cellulari, il segnale andava e veniva, di curva in curva, come lampi improvvisi di rarefatta intelligenza. Ma proprio in quel momento avevo potuto comparare la carta con il percorso visibile sul telefono, e avevo visto che prendendo per Arquillina saremmo giunti ad un altro microagglomerato tipo Arcallana, “Boal”, che la cartina indicava più in là, su un tratto di strada che torceva decisamente a sinistra e che, ricordai, era una delle ultime tappe prima de La Malleza, elencate da google.
“Tombola!” avevo esclamato. “Di qua!”
Stavolta ci inerpicammo su per una salita ripida. Il cambio automatico della Chrysler prendeva le sue decisioni con un’autonomia che a me, personalmente – ma non l’avevo detto ad alta voce – lasciava perplessa: su strade come queste, non so perché, anzi sì, lo so, perché sono strade pericolose, preferirei avere l’illusione del completo controllo.
Oltre all’assenza di slarghi che già iniziavano a preoccuparlo, poi, il mio compagno mi fece notare che, dalla sua parte, oltre a non esserci alcun tipo di guard-rail, si apriva una serie di baratri considerevoli....”Guarda avanti” gli dissi, lì per lì. “Ma come si fa se viene qualcuno dall’altra parte? Eh? Come ci scambiamo, secondo te?” Dietro di me, una vocina allarmata proveniente da lontano (non mi ero ancora abituata allo spazio interno sconfinato dell’abitacolo) mi fece pensare per la prima volta che forse avrei fatto meglio a considerare l’idea del ritorno: “Mamma, ma quando arriviamo?”
“Tu non ci pensare” risposi, tuttavia, recuperando d’istinto quel filo d’autorità di moglie e di madre, il cui còmpito, malgrado tutto quel che si dica in proposito, è quello di tenere insieme la famigliola. Volevo continuare...
Non l’avevo notato, il baratro. Ora, l’occhio mi ci cascava di continuo, e iniziavano a venirmi in mente tutti i road-movies d’avventura che avevo visto. Forse per il mezzo, come dire, pesante, Le salaire de la peur fu uno dei primi...Sì, ma cavolo, mi ero detta subito, noi non portiamo mica dinamite nel bagagliaio!! Siamo scarichi! E pure dimagriti, dopo gli sforzi inumani durante il trasloco Italia-Spagna del 2015.
 Il verde degli alberi poi, all’ombra della collina incombente, si era fatto scurissimo. Rassicurava, all’orizzonte, solamente la promessa di un pasto indimenticabile, e l’orlo ricamato dalle pale dei mulini, che promettevano la luce e la discesa dall’altra parte - nel mondo rurale civilizzato, pensai - una volta raggiunta una cima che non spaventava certo per l’altitudine quanto, semmai, per il tipo di percorso.
Ma poi arrivammo ad una casa che sembrava un rudere. Scalcinata, con le sopracciglia aggrottate del tetto spiovente, la porta rotta come un dente storto di una vecchia cattiva; una di quelle, dissi tra me, che nel profondo Sud del mio paese erano servite ai mafiosi per nascondere la gente rapita...Dei grossi cani pastori dei Pirenei sbucarono fuori dal retro, all’improvviso, come se si fossero svegliati allora, latrandoci contro come forsennati, apparendo e scomparendo intorno alla macchina, così che dovevano esserci degli animali da vigliare, in giro; pecore o mucche, ruminando da qualche parte, sul fondo scosceso. Di umani, però, neanche l’ombra. Del resto, è normale, qui: questi avamposti semi-abbandonati continuano a funzionare solo come ricoveri per le bestie. I cani sono i padroni: morti di fame e di solitudine. Gli uomini ci vanno una volta al giorno, a mungere, a portare fieno e resti di carne.
L’unica cosa che sapevamo adesso era che avremmo avuto almeno una possibilità di trovare qualcuno che venisse in senso contrario! E subito dopo quell’ipotesi scomoda (sia per lo scambio impossibile che per l’uomo in questione, losco proprietario di quel rifugio da mafiosi..), ci accorgemmo che la macchina stava pestando terra e sassi. Buttammo lo sguardo più in là, verso l’alto della collina, rendendoci subito conto che il serpentello della strada serpeggiava senza distaccare il proprio manto da quello del suolo circostante. Sterrato.
Ya está!” fu il commento a Juan, sottovoce. “Ci fermiamo qui. Non abbiamo né il mezzo giusto né le idee chiare. Non sappiamo nemmeno se questa è la strada che porta a La Malleza.”
Vero. Ero d’accordo. E il mezzo, in effetti, lasciava a desiderare in quel caso: troppo ingombrante, troppo stradale. Ora cominciavo a provare anch’io un certo brivido, forse per colpa dell’ombra, o della casa, o dei cani. Il punto era trovare uno slargo al più presto dove far fare dietro front al pulmino cioè..alla Voyager. Ci adattammo, date le circostanze, pochi metri più in là: tra il bordo a picco del sentiero e una mulattiera di fango, reso compatto dal tempo asciutto degli ultimi giorni, e dai solchi di un trattore invisibile, passato chissà quanto tempo prima.
“Ecco...Aspetta che ti aiuto” dissi, apprestandomi a scendere. E qui, il magico istinto di conservazione di mia figlia era insorto. Mentre noi discutevamo non doveva aver mai perso d’occhio i cani, evidentemente, e pur senza temerli, da intrepida mezzo sangue spagnola che guarda comunque sempre al peggio, ora temeva che potessero mangiarle la madre... “Non andare! Mamma, STAI QUI!” Il padre le aveva dato ragione, sostenendo di poter compiere la manovra da solo, ma adesso ero io quella che non si fidava di nessuno! Scesi piano, e vidi subito che la strada era tanto stretta che era la macchina stessa, già messa di traverso, a farmi da scudo. Mentre i cani si sgolavano e ringhiavano aldilà della carrozzeria, avevo diretto l’operazione: una ventina di manovre millimetriche tra la mulattiera e il baratro. E quando dopo un tempo incalcolabile il muso dell’americana era tornato a guardare verso dove eravamo venuti, avevo tirato il fiato, pensando: “E anche questa, è fatta”. Respirai, superando il maledetto rudere che mi aveva fatto diventare inquieta, sentendomi già le batterie ricaricate. La delusione era tanta, sì, ma saremmo tornati! In moto, in estate, e l’avremmo fatta tutta, quella bella stradina; saremmo arrivati a Boal, e da lì a La Malleza.
D’un tratto mi ricordai. Il ristorante! Ma che ore erano? Avevamo sforato alla grande. Meglio telefonare, sì. Rimandare il pranzo. Oggi si va a San Martín, pensai, per la cara e familiarissima AS222! Al Mesón Eduardo, dopotutto, non si mangia mica male... E comunque, con la fame che iniziavamo a sentire, tutti e tre, qualsiasi posto sarebbe andato bene.
Dove ricominciava l’asfalto, acchiappai subito il segnale. “Pronto? Manti? Sì, sono Marina, la giornalista italiana” (mi conoscono da quando ho segnalato il ristorante nel mio articolo per Motociclismo). “Siamo quelli che dovevano arrivare alle due” avevo aggiunto, mentre rapidamente cercavo una scusa che sembrasse più verosimile di un: “Abbiamo provato a raggiungervi per una strada che si è rivelata un tratturo per le vacche” E mi era venuto: “Mi spiace, ma la macchina ci ha dato un problema. Dovremo venire un altro giorno...” La solida, esperta Manti, la cameriera ideale, dandomi una pacca virtuale sulla spalla con il suo tono di voce amabile, mi aveva rassicurato, com’è il dovere di ogni buon cameriere, e salutandomi mi disse: “Que todo os vaya bien” che, a pensarci adesso, non so quanto abbia contribuito a stabilire i fatti successivi, oltre alla mia bugia; o forse solo a mantenerli in equilibrio.
Già parlando del più e del meno, col buon umore tipico dei sopravvissuti (al ritmo di: “Manca molto per arrivare, mamma?”), tornammo sul tratto verso Arcallana che, a confronto con la seconda parte, all’andata, ora ci sembrò facile facile. All’improvviso, avvertii un sibilo in crescendo. Poi la voce di Juan.
“¡Coño! La temperatura dell’acqua è altissima. Mi fermo.”
Prima che potesse aggiungere altro, una fumata densa iniziò ad uscire dal radiatore (Cavolo! Proprio come quella del vecchio camion su cui viaggiano i poveri emigranti verso la California in “Furore” mi ero detta, facendo in tempo a pensare all’andatura inimitabile di Henry Fonda in quel film, come all’ultimo sprazzo d’eleganza in un mondo brutale. E subito dopo: “Siamo fritti”).
Un suono disarticolato, a quel punto, ci fece tendere l’orecchio, simile a quello di un paio d’ossa artritiche che si sciolgono, prima che il tappo del radiatore esplodesse rimbalzando sull’asfalto, lasciandoci come in trance, a fissare il fiume fosforescente di liquido mentre colava fino all’ultima goccia lungo la strada in pendenza.
“Tombola...” mormorai.
 Nos hemos cargado el coche” fu invece la frase lapidaria del mio spagnolo.
La bimba, da dietro, allungava il naso senza perdersi una virgola, rispettosamente in silenzio come nei momenti gravi, e lasciando per una volta ogni commento alla musichetta che accompagna il gioco della gelateria del dottor Panda. Tante seghe, pensai di nuovo tra me, riscaldamento a pellet, cucina a legna, doppi vetri in casa, e dopo contribuiamo all’inquinamento ambientale così, tutto in una volta...Ho fame...

Ed eccoci qua. Fermi per un danno senza soluzione immediata; un bel danno, che forse avrebbe concluso prima del tempo un altro capitolo della nostra storia intitolata: “La macchina che ho sempre sognato di guidare e che adesso si vende a poco” (ne avevamo già salvate tante..tutte bevitrici incallite: Range Rover, Saab, Subaru, Mini, BMW.. persino un maggiolone..Possibile che questa ci abbandonasse già?). Ma la cosa peggiore è che sembrava un maleficio invocato, il mio, puntuale come un fulmine! Forse con l’età stavo diventando una strega?...Mi sentivo tanto esterrefatta e avvilita che Juan era riemerso d’istinto da dietro il cofano aperto della Chrysler, brontolando una battuta che avrebbe dovuto servire a risollevarmi d’umore:
“Ricordati di darmi sei numeri da giocare alla lotteria, quando scendo a Madrid, la settimana prossima”.
Già, ma non soltanto la capitale sembrava remotissima in quel momento: persino casa nostra, a circa 6 Km, era irraggiungibile! Ci trovavamo nel bel mezzo del nulla, laddove nessuna gru del servizio di soccorso stradale ci avrebbe mai raggiunti, né un taxi  alle tre del pomeriggio di un sabato, la vigilia di Natale! In  Asturia, poi, pensai...dove di gente ce n’è pochissima, e tutti se ne vanno a lavorare altrove...Restano solo una manciata di anziani a paese, che in pieno dicembre se ne staranno accanto alla stufa, dentro casa, o camminando lungo la statale sotto gli ultimi raggi di un sole ormai pallido...oltre a qualche famiglia di contadini o di operai alla fabbrica d’acciaio di Aviles, che in un giorno così, avranno portato i bambini dai parenti, o al porto di Luarca...Nessuno ci avrebbe aiutati.

E ci mettemmo in cammino, ognuno tenendo in mano gli unici averi che avremmo dato volentieri in cambio di un passaggio: la mia borsa, piena di ogni cosa possibile; il telefono di Juan, con il numero del soccorso stradale, il tablet senza più batteria di Matilde che, tornata gaia e ciarliera lo usava ora come un vassoio, mettendoci sopra pezzetti di bosco: bacche, rametti, foglie secche e fragranti...
Cos’altro ci restava da fare? Rifare il percorso a piedi, verso Arcallana: seguire la sinuosità di quelle curve minori a testa bassa e con i nervi tesi: salite e discese d’asfalto muschiato, rotto dall’erba; respirando il silenzio: un silenzio più denso e totale di quello che ho mai percepito quando vivevo in Italia, pur distante dalla città. Nel frattempo, il cielo si faceva sempre più freddo e distaccato, come il vetro che chiude una bacheca di miniature animate in un boschetto. Ci eravamo muniti di grossi bastoni d’eucalipto, simili ad ossa nude, casomai fossero emersi dal bosco i lupi, che a quanto dicono tutti, vivono in gran numero da queste parti, e assaltano in branco qualunque preda commestibile; i guardiacaccia li fanno fuori quando li vedono vicino alle proprietà, malgrado il divieto tassativo degli animalisti. Ma loro si sono accordati tra sé, e lo fanno di nascosto: in Asturia c’è gente che ancora vive unicamente dei suoi animali: latte, formaggio, carne. E perderne degli esemplari può voler dire la rovina.

Camminammo e camminammo, passandoci la bimba che, alla fine, doveva essere portata come un agnellino in spalla, fino a scorgere le luci delle prime case, e a intravedere la 222 poco prima che facesse buio, giusto davanti alla fermata del bus della scuola, accanto al cassonetto. Da tempo mi dicevo che avrei dovuto approfittare di un giorno così per parcheggiare proprio in quel punto, e fare una bella passeggiata per Arcallana...Ora però, sentivo solo freddo e stanchezza.
Con Matilde bussammo ad una casa di paese. Ci aprirono un uomo e una donna non giovanissimi, dall’aria stupita, come se si fossero aspettati Babbo Natale al posto nostro; intorno a loro, un paio di ragazzi svegli, una bambina piccola, e una vecchia nonna rincantucciata come una gatta facendo le fusa, accanto alla stufa, in cucina.
Erano tutti increduli che ci fossimo azzardati a prendere per Arquillina. Mescolando il morbido bable al castellano, l’uomo aveva esclamato, ridendo, che quelle strade erano nate per i carri, o per andare a piedi! Nessuno ci passava più, aveva rincalzato sua moglie, il sorriso e le occhiaie egualmente pronunciati: solo i cacciatori! (Già, pensammo solo allora. Incoscienti: erano proprio quelli con cui avremmo probabilmente dovuto sfidarci allo scambio impossibile).
Ci tennero al caldo, ospitali, riservandoci poche domande e senza una curiosità eccessiva, com’è la gente di qui, discreta. Il capofamiglia poi era andato a prendere il trattore, e senza aspettare il giorno dopo si era offerto di trainare la Chrysler come un carro di fieno, fin sulla nazionale. Con Juan l’avevano agganciata al grosso mezzo e portata via (lui era entusiasta come un bambino, al ritorno: dove può far manovra un trattore! Altro che Chrysler! Quella, solo in autostrada! La prossima sarebbe stata un bel fuoristrada d’epoca per girare anche in famiglia per gli sterrati...). Matilde, recuperata l’energia con un Colacao, era anche lei entusiasta: la casa, per l’appunto, era proprio quella dove viveva la bimbetta dagli occhi a mandorla cui si siede sempre accanto sul pulmino della scuola. E avevano giocato insieme, intorno ad un albero finto pieno di luci, pesantemente addobbato.
Io ero rimasta accanto al fuoco, a chiacchierare del più e del meno con la nonna-gatta e la padrona di casa mentre preparava una cena un po’  più ricca del solito per la vigilia. Avrebbero avuto tre ospiti in più quella sera, del tutto imprevisti...Mi sentivo esausta, eppure stranamente bene come se finalmente, pensai, fossi arrivata dove dovevo arrivare...alla fine del viaggio: la mia nuova terra. Mi dava da pensare unicamente il maleficio che avevo perpetrato allegramente sulla nuova macchina, senza pensare; e più positivamente riflettevo su quella nostra marcia in mezzo a una natura dormiente che ci aveva lasciato passare, ben vestiti in confronto ai locali che quel giorno non si erano mossi da casa, e carichi dei nostri più o meno tecnologici averi. Un po’ come i Re Magi secondo la Storia: la strada, gli abiti..quelle cose che lì per lì avremmo ceduto volentieri; il cielo stellato. Noi, però, a questi locali che ci avevano salvato, non avevamo niente da dargli, a parte la nostra eterna gratitudine, e la gentilezza.
Avventura conclusa. Gli sguardi puntati sui fari dell’angelo custode del soccorso stradale in arrivo, prima della mezzanotte; i visi avvolti nella nebbia dei fiati, le mani gelate, tese a salutare l’uomo che andava a riporre il trattore nel fienile, e che l’indomani, per abitudine, si sarebbe comunque svegliato all’alba.




Cuento de Navidad

De repente decidimos ir a comer a nuestro restaurante preferido en Malleza, durante la vigilia de Navidad, entre íntimos, solamente Juan, la niña y yo; la segunda vez en Asturias, pues había otra motivación que nos empujaba hacia fuera en un día así, a unos cuarenta minutos en coche y con la niña que cada diez minutos pregunta: “¿Cuánto falta para llegar?” Ésta era la vuelta inaugural con nuestro nuevo y fantástico medio de locomoción: un Chrysler Voyager, todo menos nuevo, del ’91. Juan lo había comprado por poco dinero, revisado, puesto nuevos neumáticos y poco más. Había que probarlo para demostrarnos a nosotros mismos lo locos que estábamos, motorísticamente hablando; y que sin embargo, por  enésima vez habíamos hecho lo justo comprándolo, lo más razonable; un coche que aunque viejo y barato reunía las mismas cualidades del viajero, elegante, agazapado y poderoso Volvo T5R, puesto a la venta, con las de nuestro furgón Transporter, recién vendido, y que desde el 2007 nos había servido tanto para cargar motos (y sueños) como de trastero cuando vivíamos en Italia; allí tuvimos nuestra primera casa , como decía mi madre, un nido para palomas de poco menos de 50 metros cuadrados…

Y como yo tenía el recuerdo de una ruta alternativa, más rápida y sugerida por google maps, cuando ya estaba en el coche eché un ojo al mapa, así, en passant. Éste también indicaba un cruce en la localidad de Arcallana, a la derecha de la AS222, a unos 5 Km de casa: una carretera secundaria o terciaria que parecía ir justo contra las palas eólicas de Salas, pasando la colina rumbo a Malleza de la que nos separa en línea aérea solo una de tantas olas convertidas en compactas colinas de árboles, y que parecen reportar su origen directamente del mar vivo de Asturias.

La idea de una carretera desconocida sobre la que posar los neumáticos nos había cosquilleado al momento con la curiosidad de jóvenes exploradores todavía nuevos en la región, puede que ya no tan jóvenes, pero soñadores y sin saberlo un poco inconscientes. Estábamos obligados a las cuatro ruedas por ser invierno y por ir con la niña, aunque el hecho de ser dos, hacía al fin y al cabo que fueran dos ruedas para cada uno… y es que, a pesar de todo,  no es difícil sentirse motorista en el alma.
Así que decidimos inaugurar coche y carretera al mismo tiempo; además, en un día soleado de ésos que llaman a uno a sentirse una sola cosa con el paisaje  y sintiéndonos los más listos del mundo desde el momento que, según google maps, esta ruta nos ahorraba casi veinte minutos. La idea de meternos en la boca, sin abrirla para masticar, una de las croquetas líquidas de ortigas de Luis, sonaba como el primer premio después de una carrera. Así que ¡Vámonos!
Llegando a Arcallana, dimos la vuelta hacia el grupito de lindas casas de colores que dan el nombre a esta población encantadora perdida en el campo. La carretera, de hecho, parecía de un solo sentido y pensamos que sería por el hecho de pasar cruzando el pueblo: casa-horreo, capilla, horreo-casa, cementerio, casa, establo…etc. Así, hasta encontrarnos con un cartel que no nos pareció lo bastante sospechoso -prácticamente escrito con un pincel sobre madera –  y que nos indicaba una bajada hacia “Malleza” ¡Bingo! la hemos encontrado, pensé, y me recosté en el sillón de primera clase del avión de la Voyager, después de haber pasado la tablet con los juegos del Doctor Panda a Matilde para que estuviera concentrada en algo durante el trayecto, dejándome disfrutar del momento. Lo único que me hizo sentir algo fastidiada fue un comentario de Juan sobre los frenos de tambor traseros de la Chrysler, que “en un coche largo y pesado como un minibús no son exactamente la  mejor cosa, sobre todo si están gastados…” pues dinero para cambiar también los frenos no lo teníamos, o sea que ¿para qué hacerse la vida difícil si no sirve para nada?
“Tú dale fuerte con el pedal, hermano”, le dije bajando la voz.

La carretera estaba absolutamente espectacular: un cañón verde, salvaje, a través de un bosque primordial donde uno sospecha que un oso o un ciervo aparezca de improviso tras un árbol o una roca. Inmensos prados en bajada y magníficas curvas, aunque estrechas, sumergidas entre colores brillantes todavía, a pesar de estar ya casi a final de diciembre. Asturias es un paraíso de verdad, incorrupta ante la modernidad, antigua por naturaleza.
A mis primeros “¡oohh!” y “¡vaya!”, mi aficionado conductor hispánico, más trágico de carácter y catastrófico como sus connacionales, objetó que tanta belleza se disfrutaría más a lomo de una moto todoterreno, esbelta y ágil, que con el culo sobre un cochazo ancho como un armario de tres puertas; luego deceleró para cruzar con cuidado un puentecillo que parecía improvisado, frágil, antes de seguir comentando cómo quizá la carreterita en liza naciera "ná más" que para recorrerla a caballo.
“No te distraigas” le dije yo, que lo conozco como a mí misma, sin apagar ni una pizca el entusiasmo que sirve para alimentarnos a ambos: había visto ya dos halcones, un águila ratonera y lo que en distancia me había parecido ser un par de cuernos de herbívoro. Sin embargo, por dentro tuve que admitir que la carretera parecía una de esas que, en parte, había visitado ya durante mis excursiones veraniegas en moto: en el medio crece la hierba y el musgo en lugar de la línea blanca, una señal de que nadie pasa por allí en coche, quizá desde hace años, y que llamarla “de doble sentido” significa concederle una calidad que en efecto no demuestra o que a lo mejor ha perdido después de más de un desprendimiento al que nadie hizo caso.
Llegamos a otro cruce. Éste también, como vi enseguida, estaba señalizado en el mapa, aunque vaya más en dirección Lendepeña que Arquillina, ambas carreteras parecían interrumpirse. Pero ¿de cuándo era el mapa éste? Desde el principio había decidido confiar en los instrumentos clásicos, no solo por evocadores de una sana aventura: la señora antipática que habita nuestro GPS (nunca antes puesto al día) se había quedado sin palabras inmediatamente después del primer cruce, el que según google maps nos habría llevado a la meta en un pispás, como dicen aquí en España; con cierta dignidad, debo decir, se quedaba quieta como frente a una decisión más grande que ella y nosotros, por una vez, no podíamos reprocharle nada. Hablando de nuestros móviles, la señal iba y venía, de curva en curva, así como relámpagos de enrarecida inteligencia. Pero justo cuando estábamos parados en aquel punto entre Lendepeña y Arquillina pude comparar el mapa con el recorrido visible en mi teléfono y vi que cogiendo la carretera que iba hacia Arquillina hubiéramos llegado hacia otra población como la de Arcallana, Boal, que en el mapa estaba indicada un poco más adelante, sobre un tramo de carretera que volviendo hacia la izquierda, parece bajar directo a Malleza.
“¡Bingo!” exclamé. “¡Por aquí!”
Subimos decididamente, con el cambio automático del Chrysler tomando sus decisiones en plena autonomía, cosa que a mí, personalmente – aunque no lo dije en voz alta – me dejaba perpleja: en carreteras como éstas no sé porqué, o si lo sé, por su carácter peligroso, preferiría tener la ilusión de ser yo misma la que elige cómo subir o bajar.
Ante la preocupante falta de recodos donde meterse en parte, que ya empezaban a ponerle a Juan el pelo encrespado, me hizo notar que a su izquierda, no sólo faltaban guarda raíles, sino que incluso se abrían considerables barrancos.
“Mira hacia delante” le dije, sin pensar. “Sí, pero ¿Cómo hacemos si alguien viene de frente?, ¿Eh? ¿Cómo nos cruzamos entonces?” Desde atrás y lejos, quizá debido al espacio interior, me llegó una vocecita casi tan preocupada como la otra adulta y por primera vez dudé si dar la vuelta enseguida: “Mami, pero ¿Cuándo vamos a llegar?”
Y sin embargo...“Tú no lo pienses” contesté, después de haber recuperado el tono y la autoridad de mujer y madre cuya tarea, ya se sabe que a pesar de todo lo que se diga a propósito, sigue siendo la de tener unida a la familia. Quería seguir intentándolo…
Aunque el barranco antes no me resultara evidente, ahora el ojo se dirigía allí continuamente y empezaban a venirme a la mente todos los road-movies de aventuras que conocía. Quizá fuera  por el carácter de coche pesado Le salaire de la peur fue uno de los primeros. Sí pero.... me dije enseguida, nosotros ¡no llevamos dinamita en el maletero! El coche está prácticamente vacío y encima nosotros hemos adelgazado después del esfuerzo inhumano durante la mudanza desde Italia hasta España en el 2015.
El verde de los árboles, entre tanto, bajo la sombra de la colina se había vuelto muy oscuro. Contra la lejanía del horizonte tranquilizaba únicamente la promesa de una comida inolvidable y la imagen del monte bordado por las aspas de los molinos, detrás de los cuales se quedaba la luz y se escondía la bajada al otro lado (el mundo rural civilizado, pensé). Antes, claro, había que alcanzar la cumbre que, por cierto, no daba miedo por la altura, pero si un poco por la carretera.
De repente, detrás de una curva vimos una casa que parecía una ruina destartalada, con las cejas fruncidas por el tejado pendiente, la puerta rota como el diente torcido de una vieja mala; una de estas casas, pensé, que en el profundo Sur de Italia habían hospedado a los raptados por la mafia….Unos perros enormes, pastores de los Pirineos, me pareció, saltaron fuera de improviso como si hubieran estado durmiendo y ladrando como locos, con los morros llenos de baba, aparecían y desaparecían alrededor del coche; Así que tenía que haber animales que vigilar: vacas u ovejas rumiando por allí entre los árboles o a lo largo del barranco empinado. De seres humanos, sin embargo, ni la sombra. ¡Normal! Estos sitios semiabandonados siguen funcionando a menudo como establos, los perros son los verdaderos dueños aquí, muertos de hambre y de soledad, y los hombres vienen una vez al día para ordeñar, llevar paja y restos de carne.

Lo único que sabíamos ahora era que podríamos haber tenido al menos una posibilidad de encontrar a alguien en la carretera y encima viniendo en sentido contrario al nuestro. Enseguida, después de esta hipótesis todo menos tranquilizadora, nos dimos cuenta de que el coche estaba pisando tierra y piedras, echamos una mirada hacia lo alto de la colina y vimos que la sinuosa carretera serpenteaba en el terreno sin que nada la destacara del suelo alrededor. No había más asfalto.

“¡Ya está!”, escuché a Juan hablando en voz baja, "¡paramos aquí!, no tenemos ni el coche apropiado ni las ideas claras y tampoco sabemos si ésta es la carretera que nos llevaría a Malleza.”
Era verdad. Estaba de acuerdo. El coche, en efecto, no iba bien en aquel caso: demasiado grande, demasiado para viajar en llano. Yo empezaba ahora a tener escalofríos, quizá por culpa de la sombra, o de la casa, o de los perros. Lo que teníamos que hacer era encontrar un lugar más ancho donde dar la vuelta al minibús, o sea..a la Voyager. Nos obligamos, dadas las circunstancias, en unos pocos metros más allá: entre el vacío al borde de la senda y un talud de barro, compacto por el tiempo seco de los últimos días y por los surcos dejados por un tractor invisible, quién sabe cuándo.
“Éso!, espera que te ayude” le dije abriendo la puerta para bajar; pero el poderoso instinto de conservación de mi hija explotó en aquel momento. Mientras nosotros discutíamos no debió haberle quitado el ojo a los perros y aunque sin miedo alguno, mirando siempre de frente, mi intrépida italo-española no quería correr el riesgo de que los perros se comieran a su madre. “¡No te vayas, mamá! NON ANDARE!”
Su padre le dio la razón diciendo que podía realizar la maniobra él solo, pero ahora era yo la que no confiaba en nadie, así que bajé, enseguida vi que la carretera era tan estrecha que el mismo coche me hubiera hecho las veces de escudo. ¡No pasa nada! Y mientras los perrazos ladraban intentando buscar la manera de saltar más allá del coche, cumplí con la operación: unas veinte maniobras milimétricas entre el talud de barro y el barranco. Cuando el morro de la estadounidense estuvo mirando en la dirección de donde veníamos, respiré pensando: “¡Ya está!, ¡hecho! también respiré tranquila al pasar por delante de la maldita casa en ruinas que tanto me había inquietado . Ya tenía otra vez las baterías cargadas, claro que desilusionada, pero...... volveríamos en moto en verano para recorrer toda la carreterita hasta Boal y de allí, hacia Malleza.

De repente me acordé, ¡el restaurante!, pero ¿Qué hora era? Demasiado tarde ya incluso para pensar en llegar por la carretera normal. Sería mejor llamar y dejar la comida para otro día. Comeremos en San Martín, me dije, yendo por la querida y conocidísima AS222! En el Mesón Eduardo, después de todo, se está bien... De todas formas, con el hambre que teníamos todos, cualquier sitio hubiera venido bien.
Volvimos hasta donde empezaba otra vez el asfalto y me agarré a la señal. “¿Si? ¿Manti? Hola, soy Marina” (me conocen desde que señalé el restaurante en mi artículo para Motociclismo, en Italia). “Somos los que tenían que llegar a las dos”, añadí mientras buscaba rápidamente una excusa que pudiera parecer más lógica de un: “hemos intentado alcanzaros por una carreterita que en cierto momento se ha convertido en una senda de vacas”, y me salió: “Lo siento, pero el coche nos ha dejado tirados, tendremos que ir otro día…” La sólida y sonriente Manti, la camarera ideal, me dio algo así como un empujón en la espalda tranquilizándome con su voz amable, a la manera en la que se desenvuelve un camarero profesional. Al final me dijo: “Que todo os vaya bien”, una frase que, pensándolo ahora, no sé cuánto ha podido colaborar en establecer los hechos, junto con mi mentira, o quizá tan solo mantenerlos en equilibrio.
Hablando ya con normalidad de cosas variadas (al ritmo de: ¿Falta mucho para llegar?”) con el buen humor típico de los supervivientes y de camino a Arcallana que, en comparación con la segunda parte, a la ida, ahora nos pareció un paseo, oí de repente un silbido en crescendo y luego a Juan decir : “¡Coño! ¡El agua está hirviendo! Me paro.”
Antes de que pudiera añadir otra palabrota, una nube de humo denso empezó a salir del radiador (¡Igualita a aquella exhalada por el viejo camión en el que viajan los inmigrantes hacia California en “Las uvas de la ira”! me dije, pensando seguidamente en el paso inimitable de Henry Fonda en aquella película, así como en el último destello de elegancia en un mundo vulgar. Y luego: “Bingo…”).
Otro sonido parecido a un par de huesos artríticos que se sueltan nos hizo quedarnos a la espera, antes de que el tapón del radiador explotara dando un salto contra el asfalto y dejándonos como suspendidos mirando el líquido fosforescente que se derramaba hasta la última gota por el suelo pendiente hacia un lado.

“Nos hemos cargado el coche” fue la primera frase calmada de mi marido. La niña, detrás, tendida toda ella para mirar hacia fuera, en respetuoso silencio, como en los momentos trágicos, dejaba por una vez los comentarios a la música que acompaña el juego de la heladería del Doct. Panda.  Lo hacemos todo bien, pensaba yo mientras tanto: calefacción de pellet, cocina de leña, doble cristal en casa y luego lo desbaratamos todo de golpe en cuanto a contaminación ambiental se refiere....Tengo hambre…

Y allí estábamos, parados por una avería sin solución inmediata; una avería grave, además, la que quizá hubiera acabado antes de tiempo con otro capítulo de nuestra historia titulada: “El coche que siempre he soñado conducir, y que ahora se vende barato” (a muchos habíamos salvado la vida…alcohólicos sin esperanzas: Range Rover, Saab, Subaru, Mini, BMW…incluso un escarabajo, pero ¿Era posible que éste nos abandonara ya?). Lo peor era, sin embargo, que el mío parecía un accidente invocado, puntual como un relámpago. ¿Me estaba convirtiendo en una bruja con la edad? ¿O por el cambio de país? Me sentía tan humillada que hice que Juan saliera por detrás del capó abierto del Chrysler mientras murmuraba una frase que hubiera tenido que levantarme el estado de ánimo:
“Acuérdate de darme seis números para jugar en la loto cuando baje a Madrid la próxima semana”.
Ya…Pero no sólo la capital resultaba muy lejana en aquel momento: incluso nuestra casa, a unos 6 Km, parecía inalcanzable. Nos encontrábamos en medio de la nada…Ninguna grúa de asistencia en carretera hubiera llegado hasta allí, ni siquiera  un taxi…Además, ¡a las tres de la tarde de un sábado antes de Navidad! Y en Asturias, pensé, donde la gente no para de irse fuera a trabajar; solo quedan ya un puñado de ancianos en cada pueblo y en diciembre no se alejan de su cocina de leña, o de la carretera principal paseando bajo un pálido sol…. quedan también unas pocas familias de campesinos u obreros en las fábricas de Avilés que en un día como hoy habrán ido a visitar a los parientes, o a Luarca de fiesta.
Nadie nos hubiera ayudado.

Y empezamos a andar, cada uno con sus cosas en la mano, las que hubiéramos regalado con gusto a cambio de que alguien nos llevara hasta casa: mi bolso estaba lleno de todo lo posible, el teléfono con el que Juan llamaría a la asistencia en cuanto llegáramos a Arcallana, la tablet sin batería que Matilde, otra vez charlatana y contenta, utilizaba ahora de bandeja sobre la que poner bayas, ramitas, hojas secas y crujientes…

No quedaba más remedio que hacer todo el recorrido andando, siguiendo la sinuosidad de estas curvas menores, con la cabeza agachada y los nervios tensos; subidas y bajadas sobre un asfalto manchado de musgo y roto por la hierba, respirando el silencio: un silencio mil veces más denso y absoluto que el de donde vivía antes en Italia. La casa con todo la teníamos en pleno campo. Entre tanto, el cielo se volvía poco a poco más frío y destacado, como el cristal que cubre una vitrina de miniaturas animadas dentro de un pequeño bosque. En cierto momento cogimos incluso unos palos de eucalipto, parecidos a huesos desnudos, por si se diera la casualidad de que salieran del bosque los lobos. Según dicen, viven muchos lobos aquí y asaltan en manada cualquier presa comestible; los guardias forestales los matan cuando ven que se acercan a las propiedades, a pesar de que esté mal visto por los animalistas, aquellos se han puesto de acuerdo entre sí y a escondidas lo hacen; en Asturias hay gente que todavía vive sólo de sus animales: leche, queso, carne. Perder unos ejemplares puede significar la ruina.
Hemos caminado y caminado turnándonos para llevar a la niña que, al final, tuvimos que cargar como un corderito en la espalda hasta que vimos las luces de las primeras casas y a lo lejos la 222 antes de que anocheciera, ya justo delante de la parada del autobús. Desde hace tiempo me decía que debería aprovechar un día de sol para aparcar en aquella parada y dar una vuelta por Arcallana... Ahora, sin embargo, solo tenía frío y estaba cansada.

Llamamos a la puerta de una casa de pueblo, nos abrieron un hombre y una mujer ya no tan jóvenes y con cara sorprendida, como si hubieran visto a Santa Claus allí fuera en nuestro lugar. A su alrededor, un par de chicos con aire despierto, una niña de unos cuatro años, y una abuelita acurrucada como una gata ronroneando al lado de la estufa, en la cocina.
Ninguno podía creer que nos hubiéramos atrevido a coger la carretera para Arquillina con nuestro coche. Mezclando un bable cariñoso y suave con el castellano, el hombre dijo, riéndose, que aquellas carreteras habían nacido ¡para los carros! o ¡para ir andando! Ninguno iba con su coche por allí, añadió la mujer, con una sonrisa tan ancha como sus ojeras, en tal caso los cazadores. (¡Eso es! pensamos entonces al mismo tiempo: inconscientes… precisamente los cazadores hubieran sido justo aquellos con los que hubiéramos tenido que desafiarnos para ver quién era el que se iba abajo por el barranco).
Nos calentaron delante del fuego, hospitalarios, haciéndonos pocas preguntas, sin curiosidad excesiva, a la manera de la gente de aquí, reservada. El hombre se fue luego a por el tractor y sin esperar al día siguiente, se ofreció para llevar la Chrysler como un carro lleno de paja hasta la nacional. Juan y él engancharon el coche y se lo llevaron (a la vuelta el hombre estaba entusiasmado como un niño: hay que ver ¡donde puede hacer maniobra un tractor! ¡Qué Chrysler ni Chrisler! Ésa, ¡sólo en autopista! El próximo coche (clásico) sería un 4x4 con el que dar vueltas  incluso con la familia por carreteras de tierra…) Matilde, recuperada ya toda su energía con un Colacao, estaba también entusiasta: la casa era justo aquella en la que vivía la niña de ojos soñadores junto a la que se sienta cada día cuando sube al autobús para ir al cole. Habían jugado juntas alrededor de un árbol de ésos de los chinos, lleno de luces y adornos.
Yo me había quedado al lado del fuego, de charla junto a la abuelita ronroneando y la dueña de la casa preparando la cena del 24. Estaba exhausta y al mismo tiempo me sentía mejor que nunca…Como si después de aquella prueba hubiera llegado hasta donde tenía que llegar, al final del viaje: a mi nueva tierra. Me rondaba únicamente en el pensamiento la historia del accidente que había perpetrado sin pensar, como si no fuera nada, y de manera más positiva iba reflexionando sobre nuestra marcha en el medio de una naturaleza durmiente, que al fin y al cabo nos había dejado pasar. Pensaba en cómo íbamos vestidos, al menos yo, como para ir a comer fuera, en comparación con la ropa vieja de los locales que en aquel día no se habían movido de casa y pensaba en cómo íbamos cargados con nuestras pertenencias a lo largo del camino, un poco como los Reyes Magos: la carretera desierta, el andar, las cosas en las manos, cosas que en aquel momento habríamos regalado con gusto a cambio de una ayuda, el cielo lleno de estrellas. Sin embargo, nosotros no teníamos nada que dar a esta gente. Nos habían salvado, pero no teníamos nada, excepto nuestra gratitud y cortesía.

Así concluye la aventura, con las miradas fijas sobre las luces del ángel de la guardia, la asistencia llegando por la carretera antes de medianoche; nuestras caras envueltas en la neblina de los alientos y las manos heladas tendidas en el último saludo hacia el hombre que se metía a cubierto en el tractor. Mañana, como de costumbre, se despertaría antes de que se levantara el sol, a pesar de ser domingo.