RACCONTO DI NATALE
Di punto in bianco avevamo deciso
di andare a pranzo al nostro ristorante preferito, en La Malleza. Una vigilia
natalizia alquanto intima, la seconda in Asturia: soltanto Juan, io, e “la
niña”. Veramente, un motivo in più per uscire un pre-festivo e recarsi in un
posto a quaranta minuti buoni da casa, con la bimba appresso, che ogni dieci
minuti non avrebbe fatto che ripetere: “Papi, quanto manca per arrivare?”,
c’era. Sarebbe stato il giro inaugurale sul nostro nuovo, fantastico mezzo: una
Chrysler Voyager, tutt’altro che nuova, del ’91, comprata per pochi spiccioli,
revisionata, gommata e poco più, tutta da provare per provare a noi stessi, i pazzi, motoristicamente parlando, d’aver
fatto l’ennesimo acquisto ragionevole: una macchina che avrebbe condensato
l’indole viaggiatrice, elegante e veloce dell’acquattata e potente Volvo T5R che
stavamo per vendere, e la capienza generosa del furgone Transporter appena
venduto, che dal 2007 ci era servito sia per caricare moto (e sogni), che come
una stanza in più quando stavamo in Italia, vivendo noi, all’epoca, in una
colombaia, come la chiamava mia madre, di 50 metri quadri...
E poiché avevo il ricordo di un
percorso alternativo suggerito da google
maps come il più rapido, prima di partire, già in macchina, avevo dato
un’occhiata alla cartina, così, en
passant. In effetti, anche la carta indicava un bivio a destra in località
Arcallana, sulla AS222, a circa 5 Km da casa: una secondaria o terziaria che puntava
giusto contro le pale eoliche di Salas, scollinando direttamente a La Malleza
dalla quale, in effetti, ci separa in linea d’aria solamente una delle tante
onde convertite in solide colline di sempreverdi, che sembrano staccarsi
direttamente dal mare vivo della costa asturiana.
Il pensiero di una strada mai
vista su cui mettere gli pneumatici ci ha solleticato subito, con tutta la
curiosità da giovani esploratori ancora relativamente nuovi di questa regione,
non più così giovani magari, ma alquanto sognatori sì, e incoscienti senza
volere; costretti alle quattro ruote per spostarsi in inverno, e con prole al
seguito, va bene, ma essendo in due, faceva un paio di ruote a testa, dopotutto,
e si fa presto a sentirsi comunque motociclisti nell’anima...E così, avevamo
deciso senz’altro di inaugurare macchina e strada lo stesso giorno; tra
l’altro, con un sole splendente – di quei pomeriggi che chiamano a sentirsi
tutt’uno con il paesaggio – e sentendoci i furbi della situazione, dal momento
che secondo google maps, quella rotta
ci avrebbe risparmiato quasi venti minuti di strada. Il pensiero di degustare
prima del solito una delle crocchette liquide all’ortica di Luis, era a dir
poco esaltante. E vai...
Una volta giunti ad Arcallana, svoltammo
dentro il gruppetto sparuto di case che danno il nome a questa frazioncina incantevole,
persa nella campagna. La strada, in quel punto, sembrava a malapena a senso
unico, ma poteva dipendere dal fatto che, appunto, stavamo attraversando un
centro abitato: casa-horreo, chiesina,
horreo-casa, cuccia-cane, cuccia-cane,
cimitero, scuolina abbandonata... E via così, fino a scorgere un cartello
sospetto, ma che non ci insospettì abbastanza - dipinto a mano su una tavola di
legno bianco - che indicava di scendere a destra verso “La Malleza”. Tombola! Pensai. E mi misi comoda sulla
poltrona da aereo di prima classe della Voyager, pronta a godermi appieno
l’escursione dopo aver passato il tablet con i giochi del Dott. Panda a Matilde,
perché anche lei fosse impegnata. Mi ero sentita solo un po’ infastidita da un
commento poco opportuno di Juan sui freni a tamburo posteriori della Chrysler,
che su una macchina lunga e pesante come
un minibus non sono proprio il massimo, soprattutto se consumati...Tanto, i
soldi per cambiare anche i freni non
li avevamo, al momento, e quindi: perché farsi tante seghe mentali inutili?
“Tu pesta, fratello”, gli avevo intimato,
sottovoce.
La strada era assolutamente
spettacolare: un canyon verdeggiante, super- selvaggio, attraverso un bosco
primordiale dove ti aspetti l’orso o il cervo sbucare dietro il tronco più
vicino; prati scoscesi, e magnifiche curve a gomito immerse ancora in un verde
brillante, nonostante fosse dicembre inoltrato. L’Asturia è proprio un
paradiso. Incorrotta, antica.
Ai primi “oohh!” e “che
meraviglia!”, il mio driver ispanico,
più caratterialmente catastrofico e pessimista come i suoi connazionali, obiettò
che tanta bellezza suggerirebbe d’essere
vista in sella ad una snella enduro, piuttosto che con il culo su un elefantino
largo come un armadio a tre ante; poi aveva rallentato per immettersi con
circospezione su un ponticino dall’aria alquanto fragile e improvvisata, prima
di continuare ...o al limite in sella ad
un cavallo vero!
“Non ti distrarre” avevo ribadito
io, che lo conosco bene, senza smorzare l’entusiasmo che serve di solito ad
alimentare entrambi: avevo già visto due falchi, un’aquila ratonera, e intravisto quel che mi era sembrato un paio di corna di
erbivoro, in distanza. Dentro di me, tuttavia, dovevo ammettere che la strada sembrava
di quelle che, in parte, avevo già visto durante le mie escursioni con la GS, quest’estate:
con l’erba e il muschio bucando l’asfalto al posto della linea bianca di
mezzeria, segno che non era transitata, forse in disuso da anni, e che
chiamarla “a doppio senso” era concederle una qualità che, a tutti gli effetti,
non dimostrava, o che aveva perso a suon di frane mai riparate.
In breve, giungemmo ad un altro
bivio segnalato sulla cartina, come vidi subito, seppure sia in direzione
Lendepeña che Arquillina, le due strade sembrassero interrompersi dopo pochi
chilometri. Ma di quando era la carta? Avevo deciso fin dall’inizio di
affidarmi ai vecchi sistemi, del resto, i più evocatori della sana avventura:
la signora dal tono pedante del nostro GPS non aggiornato, come previsto, era
rimasta senza parole subito dopo aver imboccato il primo bivio che, secondo google maps, ci avrebbe portati alla
mèta in un pis pas, come dicono qui;
con certa dignità, devo dire, taceva come di fronte ad una decisione più grande
di lei e noi, per una volta, non potevamo rimproverarle niente. Quanto ai
nostri cellulari, il segnale andava e veniva, di curva in curva, come lampi improvvisi
di rarefatta intelligenza. Ma proprio in quel momento avevo potuto comparare la
carta con il percorso visibile sul telefono, e avevo visto che prendendo per
Arquillina saremmo giunti ad un altro microagglomerato tipo Arcallana, “Boal”,
che la cartina indicava più in là, su un tratto di strada che torceva
decisamente a sinistra e che, ricordai, era una delle ultime tappe prima de La
Malleza, elencate da google.
“Tombola!” avevo esclamato. “Di
qua!”
Stavolta ci inerpicammo su per
una salita ripida. Il cambio automatico della Chrysler prendeva le sue
decisioni con un’autonomia che a me, personalmente – ma non l’avevo detto ad
alta voce – lasciava perplessa: su strade come queste, non so perché, anzi sì,
lo so, perché sono strade pericolose, preferirei avere l’illusione del completo
controllo.
Oltre all’assenza di slarghi che
già iniziavano a preoccuparlo, poi, il mio compagno mi fece notare che, dalla
sua parte, oltre a non esserci alcun tipo di guard-rail, si apriva una serie di baratri considerevoli....”Guarda
avanti” gli dissi, lì per lì. “Ma come si fa se viene qualcuno dall’altra
parte? Eh? Come ci scambiamo, secondo te?” Dietro di me, una vocina allarmata proveniente da lontano (non mi ero ancora
abituata allo spazio interno sconfinato dell’abitacolo) mi fece pensare per la
prima volta che forse avrei fatto meglio a considerare l’idea del ritorno:
“Mamma, ma quando arriviamo?”
“Tu non ci pensare” risposi, tuttavia, recuperando d’istinto quel filo
d’autorità di moglie e di madre, il cui còmpito, malgrado tutto quel che si dica
in proposito, è quello di tenere insieme la famigliola. Volevo continuare...
Non l’avevo notato, il baratro.
Ora, l’occhio mi ci cascava di continuo, e iniziavano a venirmi in mente tutti
i road-movies d’avventura che avevo
visto. Forse per il mezzo, come dire, pesante, Le salaire de la peur fu uno dei primi...Sì, ma cavolo, mi ero detta subito, noi non portiamo mica dinamite nel bagagliaio!! Siamo scarichi! E pure
dimagriti, dopo gli sforzi inumani durante il trasloco Italia-Spagna del 2015.
Il verde degli alberi poi, all’ombra della
collina incombente, si era fatto scurissimo. Rassicurava, all’orizzonte,
solamente la promessa di un pasto indimenticabile, e l’orlo ricamato dalle pale
dei mulini, che promettevano la luce e la discesa dall’altra parte - nel mondo
rurale civilizzato, pensai - una
volta raggiunta una cima che non spaventava certo per l’altitudine quanto,
semmai, per il tipo di percorso.
Ma poi arrivammo ad una casa che
sembrava un rudere. Scalcinata, con le sopracciglia aggrottate del tetto
spiovente, la porta rotta come un dente storto di una vecchia cattiva; una di
quelle, dissi tra me, che nel profondo Sud del mio paese erano servite ai
mafiosi per nascondere la gente rapita...Dei grossi cani pastori dei Pirenei sbucarono
fuori dal retro, all’improvviso, come se si fossero svegliati allora, latrandoci
contro come forsennati, apparendo e scomparendo intorno alla macchina, così che
dovevano esserci degli animali da vigliare, in giro; pecore o mucche, ruminando
da qualche parte, sul fondo scosceso. Di umani, però, neanche l’ombra. Del
resto, è normale, qui: questi avamposti semi-abbandonati continuano a
funzionare solo come ricoveri per le bestie. I cani sono i padroni: morti di
fame e di solitudine. Gli uomini ci vanno una volta al giorno, a mungere, a
portare fieno e resti di carne.
L’unica cosa che sapevamo adesso era che avremmo avuto almeno una possibilità di trovare qualcuno che
venisse in senso contrario! E subito dopo quell’ipotesi scomoda (sia per lo
scambio impossibile che per l’uomo in questione, losco proprietario di quel
rifugio da mafiosi..), ci accorgemmo che la macchina stava pestando terra e
sassi. Buttammo lo sguardo più in là, verso l’alto della collina, rendendoci
subito conto che il serpentello della strada serpeggiava senza distaccare il proprio
manto da quello del suolo circostante. Sterrato.
“Ya está!” fu il commento a Juan, sottovoce. “Ci fermiamo qui. Non
abbiamo né il mezzo giusto né le idee chiare. Non sappiamo nemmeno se questa è
la strada che porta a La Malleza.”
Vero. Ero d’accordo. E il mezzo,
in effetti, lasciava a desiderare in quel caso: troppo ingombrante, troppo
stradale. Ora cominciavo a provare anch’io un certo brivido, forse per colpa
dell’ombra, o della casa, o dei cani. Il punto era trovare uno slargo al più
presto dove far fare dietro front al pulmino cioè..alla Voyager. Ci adattammo,
date le circostanze, pochi metri più in là: tra il bordo a picco del sentiero e
una mulattiera di fango, reso compatto dal tempo asciutto degli ultimi giorni,
e dai solchi di un trattore invisibile, passato chissà quanto tempo prima.
“Ecco...Aspetta che ti aiuto” dissi,
apprestandomi a scendere. E qui, il magico istinto di conservazione di mia
figlia era insorto. Mentre noi discutevamo non doveva aver mai perso d’occhio i cani, evidentemente, e pur senza temerli, da intrepida
mezzo sangue spagnola che guarda comunque sempre
al peggio, ora temeva che potessero mangiarle la madre... “Non andare! Mamma, STAI
QUI!” Il padre le aveva dato ragione, sostenendo di poter compiere la manovra
da solo, ma adesso ero io quella che
non si fidava di nessuno! Scesi piano, e vidi subito che la strada era tanto
stretta che era la macchina stessa, già messa di traverso, a farmi da scudo. Mentre
i cani si sgolavano e ringhiavano aldilà della carrozzeria, avevo diretto
l’operazione: una ventina di manovre millimetriche tra la mulattiera e il
baratro. E quando dopo un tempo incalcolabile il muso dell’americana era
tornato a guardare verso dove eravamo venuti, avevo tirato il fiato, pensando:
“E anche questa, è fatta”. Respirai, superando il maledetto rudere che mi aveva
fatto diventare inquieta, sentendomi già le batterie ricaricate. La delusione era
tanta, sì, ma saremmo tornati! In moto, in estate, e l’avremmo fatta tutta, quella
bella stradina; saremmo arrivati a Boal, e da lì a La Malleza.
D’un tratto mi ricordai. Il
ristorante! Ma che ore erano? Avevamo sforato alla grande. Meglio telefonare,
sì. Rimandare il pranzo. Oggi si va a San
Martín, pensai, per la cara e
familiarissima AS222! Al Mesón Eduardo, dopotutto, non si mangia mica male...
E comunque, con la fame che iniziavamo a sentire, tutti e tre, qualsiasi posto sarebbe
andato bene.
Dove ricominciava l’asfalto, acchiappai
subito il segnale. “Pronto? Manti? Sì, sono Marina, la giornalista italiana” (mi
conoscono da quando ho segnalato il ristorante nel mio articolo per
Motociclismo). “Siamo quelli che dovevano
arrivare alle due” avevo aggiunto, mentre rapidamente cercavo una scusa che
sembrasse più verosimile di un: “Abbiamo
provato a raggiungervi per una strada che si è rivelata un tratturo per le
vacche” E mi era venuto: “Mi spiace,
ma la macchina ci ha dato un problema. Dovremo venire un altro giorno...”
La solida, esperta Manti, la cameriera ideale, dandomi una pacca virtuale sulla
spalla con il suo tono di voce amabile, mi aveva rassicurato, com’è il dovere
di ogni buon cameriere, e salutandomi mi disse: “Que todo os vaya bien” che, a pensarci adesso, non so quanto abbia
contribuito a stabilire i fatti successivi, oltre alla mia bugia; o forse solo
a mantenerli in equilibrio.
Già parlando del più e del meno, col
buon umore tipico dei sopravvissuti (al ritmo di: “Manca molto per arrivare,
mamma?”), tornammo sul tratto verso Arcallana che, a confronto con la seconda parte,
all’andata, ora ci sembrò facile facile. All’improvviso, avvertii un sibilo in
crescendo. Poi la voce di Juan.
“¡Coño! La temperatura dell’acqua è altissima. Mi fermo.”
Prima che potesse aggiungere
altro, una fumata densa iniziò ad uscire dal radiatore (Cavolo! Proprio come quella del vecchio camion su cui viaggiano i
poveri emigranti verso la California in “Furore” mi ero detta, facendo in
tempo a pensare all’andatura inimitabile
di Henry Fonda in quel film, come all’ultimo sprazzo d’eleganza in un mondo
brutale. E subito dopo: “Siamo fritti”).
Un suono disarticolato, a quel
punto, ci fece tendere l’orecchio, simile a quello di un paio d’ossa artritiche
che si sciolgono, prima che il tappo del radiatore esplodesse rimbalzando sull’asfalto,
lasciandoci come in trance, a fissare
il fiume fosforescente di liquido mentre colava fino all’ultima goccia lungo la
strada in pendenza.
“Tombola...” mormorai.
“Nos
hemos cargado el coche” fu invece la frase lapidaria del mio spagnolo.
La bimba, da dietro, allungava il
naso senza perdersi una virgola, rispettosamente in silenzio come nei momenti
gravi, e lasciando per una volta ogni commento alla musichetta che accompagna
il gioco della gelateria del dottor Panda. Tante
seghe, pensai di nuovo tra me, riscaldamento
a pellet, cucina a legna, doppi vetri in casa, e dopo contribuiamo all’inquinamento
ambientale così, tutto in una volta...Ho fame...
Ed eccoci qua. Fermi per un danno
senza soluzione immediata; un bel danno, che forse avrebbe concluso prima del
tempo un altro capitolo della nostra storia intitolata: “La macchina che ho sempre sognato di guidare e che adesso si vende a
poco” (ne avevamo già salvate tante..tutte bevitrici incallite: Range
Rover, Saab, Subaru, Mini, BMW.. persino un maggiolone..Possibile che questa ci
abbandonasse già?). Ma la cosa peggiore è che sembrava un maleficio invocato, il
mio, puntuale come un fulmine! Forse con l’età stavo diventando una strega?...Mi
sentivo tanto esterrefatta e avvilita che Juan era riemerso d’istinto da dietro
il cofano aperto della Chrysler, brontolando una battuta che avrebbe dovuto servire
a risollevarmi d’umore:
“Ricordati di darmi sei numeri da
giocare alla lotteria, quando scendo a Madrid, la settimana prossima”.
Già, ma non soltanto la capitale
sembrava remotissima in quel momento: persino casa nostra, a circa 6 Km, era irraggiungibile!
Ci trovavamo nel bel mezzo del nulla,
laddove nessuna gru del servizio di soccorso stradale ci avrebbe mai raggiunti,
né un taxi alle tre del pomeriggio di un
sabato, la vigilia di Natale! In Asturia,
poi, pensai...dove di gente ce n’è pochissima, e tutti se ne vanno a lavorare
altrove...Restano solo una manciata di anziani a paese, che in pieno dicembre
se ne staranno accanto alla stufa, dentro casa, o camminando lungo la statale sotto
gli ultimi raggi di un sole ormai pallido...oltre a qualche famiglia di
contadini o di operai alla fabbrica d’acciaio di Aviles, che in un giorno così,
avranno portato i bambini dai parenti, o al porto di Luarca...Nessuno ci
avrebbe aiutati.
E ci mettemmo in cammino, ognuno tenendo
in mano gli unici averi che avremmo dato volentieri in cambio di un passaggio:
la mia borsa, piena di ogni cosa possibile; il telefono di Juan, con il numero
del soccorso stradale, il tablet senza più batteria di Matilde che, tornata
gaia e ciarliera lo usava ora come un vassoio, mettendoci sopra pezzetti di
bosco: bacche, rametti, foglie secche e fragranti...
Cos’altro ci restava da fare?
Rifare il percorso a piedi, verso Arcallana: seguire la sinuosità di quelle
curve minori a testa bassa e con i nervi tesi: salite e discese d’asfalto
muschiato, rotto dall’erba; respirando il silenzio: un silenzio più denso e totale
di quello che ho mai percepito quando vivevo in Italia, pur distante dalla
città. Nel frattempo, il cielo si faceva sempre più freddo e distaccato, come
il vetro che chiude una bacheca di miniature animate in un boschetto. Ci
eravamo muniti di grossi bastoni d’eucalipto, simili ad ossa nude, casomai
fossero emersi dal bosco i lupi, che a quanto dicono tutti, vivono in gran
numero da queste parti, e assaltano in branco qualunque preda commestibile; i
guardiacaccia li fanno fuori quando li vedono vicino alle proprietà, malgrado il
divieto tassativo degli animalisti. Ma loro si sono accordati tra sé, e lo
fanno di nascosto: in Asturia c’è gente che ancora vive unicamente dei suoi
animali: latte, formaggio, carne. E perderne degli esemplari può voler dire la
rovina.
Camminammo e camminammo,
passandoci la bimba che, alla fine, doveva essere portata come un agnellino in
spalla, fino a scorgere le luci delle prime case, e a intravedere la 222 poco
prima che facesse buio, giusto davanti alla fermata del bus della scuola, accanto
al cassonetto. Da tempo mi dicevo che avrei dovuto approfittare di un giorno così per parcheggiare proprio in quel
punto, e fare una bella passeggiata per Arcallana...Ora però, sentivo solo
freddo e stanchezza.
Con Matilde bussammo ad una casa
di paese. Ci aprirono un uomo e una donna non giovanissimi, dall’aria stupita,
come se si fossero aspettati Babbo Natale al posto nostro; intorno a loro, un
paio di ragazzi svegli, una bambina piccola, e una vecchia nonna rincantucciata
come una gatta facendo le fusa, accanto alla stufa, in cucina.
Erano tutti increduli che ci
fossimo azzardati a prendere per Arquillina. Mescolando il morbido bable al castellano, l’uomo aveva esclamato, ridendo, che quelle strade erano nate per i carri, o
per andare a piedi! Nessuno ci
passava più, aveva rincalzato sua moglie, il sorriso e le occhiaie egualmente
pronunciati: solo i cacciatori! (Già,
pensammo solo allora. Incoscienti: erano proprio quelli con cui avremmo probabilmente dovuto sfidarci allo scambio
impossibile).
Ci tennero al caldo, ospitali, riservandoci
poche domande e senza una curiosità eccessiva, com’è la gente di qui, discreta.
Il capofamiglia poi era andato a prendere il trattore, e senza aspettare il
giorno dopo si era offerto di trainare la Chrysler come un carro di fieno, fin
sulla nazionale. Con Juan l’avevano agganciata al grosso mezzo e portata via
(lui era entusiasta come un bambino, al ritorno: dove può far manovra un trattore! Altro che Chrysler! Quella, solo in autostrada! La prossima
sarebbe stata un bel fuoristrada d’epoca per girare anche in famiglia per gli sterrati...). Matilde, recuperata
l’energia con un Colacao, era anche lei entusiasta: la casa, per l’appunto, era
proprio quella dove viveva la bimbetta dagli occhi a mandorla cui si siede sempre
accanto sul pulmino della scuola. E avevano giocato insieme, intorno ad un
albero finto pieno di luci, pesantemente addobbato.
Io ero rimasta accanto al fuoco, a
chiacchierare del più e del meno con la nonna-gatta e la padrona di casa mentre
preparava una cena un po’ più ricca del
solito per la vigilia. Avrebbero avuto tre ospiti in più quella sera, del tutto
imprevisti...Mi sentivo esausta, eppure stranamente bene come se finalmente,
pensai, fossi arrivata dove dovevo
arrivare...alla fine del viaggio: la mia nuova terra. Mi dava da pensare
unicamente il maleficio che avevo perpetrato allegramente sulla nuova macchina,
senza pensare; e più positivamente riflettevo su quella nostra marcia in mezzo
a una natura dormiente che ci aveva lasciato passare, ben vestiti in confronto
ai locali che quel giorno non si erano mossi da casa, e carichi dei nostri più
o meno tecnologici averi. Un po’ come i Re Magi secondo la Storia: la strada,
gli abiti..quelle cose che lì per lì avremmo ceduto volentieri; il cielo
stellato. Noi, però, a questi locali che ci avevano salvato, non avevamo niente
da dargli, a parte la nostra eterna gratitudine, e la gentilezza.
Avventura conclusa. Gli sguardi
puntati sui fari dell’angelo custode del soccorso stradale in arrivo, prima
della mezzanotte; i visi avvolti nella nebbia dei fiati, le mani gelate, tese a
salutare l’uomo che andava a riporre il trattore nel fienile, e che l’indomani,
per abitudine, si sarebbe comunque svegliato all’alba.
Cuento de Navidad
De repente decidimos ir a comer a nuestro restaurante
preferido en Malleza, durante la vigilia de Navidad, entre íntimos, solamente
Juan, la niña y yo; la segunda vez en Asturias, pues había otra motivación que
nos empujaba hacia fuera en un día así, a unos cuarenta minutos en coche y con
la niña que cada diez minutos pregunta: “¿Cuánto falta para llegar?” Ésta era
la vuelta inaugural con nuestro nuevo y fantástico medio de locomoción: un
Chrysler Voyager, todo menos nuevo, del ’91. Juan lo había comprado por poco
dinero, revisado, puesto nuevos neumáticos y poco más. Había que probarlo para
demostrarnos a nosotros mismos lo locos que estábamos, motorísticamente
hablando; y que sin embargo, por enésima
vez habíamos hecho lo justo comprándolo, lo más razonable; un coche que aunque
viejo y barato reunía las mismas cualidades del viajero, elegante, agazapado y
poderoso Volvo T5R, puesto a la venta, con las de nuestro furgón Transporter,
recién vendido, y que desde el 2007 nos había servido tanto para cargar motos
(y sueños) como de trastero cuando vivíamos en Italia; allí tuvimos nuestra
primera casa , como decía mi madre, un nido para palomas de poco menos de 50
metros cuadrados…
Y como yo tenía el recuerdo de una ruta alternativa, más
rápida y sugerida por google maps,
cuando ya estaba en el coche eché un ojo al mapa, así, en passant. Éste también indicaba un cruce en la localidad de
Arcallana, a la derecha de la AS222, a unos 5 Km de casa: una carretera
secundaria o terciaria que parecía ir justo contra las palas eólicas de Salas,
pasando la colina rumbo a Malleza de la que nos separa en línea aérea solo una
de tantas olas convertidas en compactas colinas de árboles, y que parecen
reportar su origen directamente del mar vivo de Asturias.
La idea de una carretera desconocida sobre la que posar los
neumáticos nos había cosquilleado al momento con la curiosidad de jóvenes
exploradores todavía nuevos en la región, puede que ya no tan jóvenes, pero
soñadores y sin saberlo un poco inconscientes. Estábamos obligados a las cuatro
ruedas por ser invierno y por ir con la niña, aunque el hecho de ser dos, hacía
al fin y al cabo que fueran dos ruedas para cada uno… y es que, a pesar de
todo, no es difícil sentirse motorista
en el alma.
Así que decidimos inaugurar coche y carretera al mismo
tiempo; además, en un día soleado de ésos que llaman a uno a sentirse una sola
cosa con el paisaje y sintiéndonos los
más listos del mundo desde el momento que, según google maps, esta ruta nos ahorraba casi veinte minutos. La idea de
meternos en la boca, sin abrirla para masticar, una de las croquetas líquidas
de ortigas de Luis, sonaba como el primer premio después de una carrera. Así
que ¡Vámonos!
Llegando a Arcallana, dimos la vuelta hacia el grupito de
lindas casas de colores que dan el nombre a esta población encantadora perdida
en el campo. La carretera, de hecho, parecía de un solo sentido y pensamos que
sería por el hecho de pasar cruzando el pueblo: casa-horreo, capilla,
horreo-casa, cementerio, casa, establo…etc. Así, hasta encontrarnos con un
cartel que no nos pareció lo bastante sospechoso -prácticamente escrito con un
pincel sobre madera – y que nos indicaba
una bajada hacia “Malleza” ¡Bingo! la
hemos encontrado, pensé, y me recosté en el sillón de primera clase del avión
de la Voyager, después de haber pasado la tablet con los juegos del Doctor
Panda a Matilde para que estuviera concentrada en algo durante el trayecto,
dejándome disfrutar del momento. Lo único que me hizo sentir algo fastidiada
fue un comentario de Juan sobre los frenos de tambor traseros de la Chrysler,
que “en un coche largo y pesado como un
minibús no son exactamente la mejor
cosa, sobre todo si están gastados…” pues dinero para cambiar también los
frenos no lo teníamos, o sea que ¿para qué hacerse la vida difícil si no sirve
para nada?
“Tú dale fuerte con el pedal, hermano”, le dije bajando la
voz.
La carretera estaba absolutamente espectacular: un cañón
verde, salvaje, a través de un bosque primordial donde uno sospecha que un oso
o un ciervo aparezca de improviso tras un árbol o una roca. Inmensos prados en
bajada y magníficas curvas, aunque estrechas, sumergidas entre colores brillantes
todavía, a pesar de estar ya casi a final de diciembre. Asturias es un paraíso
de verdad, incorrupta ante la modernidad, antigua por naturaleza.
A mis primeros “¡oohh!” y “¡vaya!”, mi aficionado conductor
hispánico, más trágico de carácter y catastrófico como sus connacionales,
objetó que tanta belleza se disfrutaría más a lomo de una moto todoterreno,
esbelta y ágil, que con el culo sobre un cochazo ancho como un armario de tres
puertas; luego deceleró para cruzar con cuidado un puentecillo que parecía
improvisado, frágil, antes de seguir comentando cómo quizá la carreterita en
liza naciera "ná más" que para recorrerla a caballo.
“No te distraigas” le dije yo, que lo conozco como a mí
misma, sin apagar ni una pizca el entusiasmo que sirve para alimentarnos a
ambos: había visto ya dos halcones, un águila ratonera y lo que en distancia me
había parecido ser un par de cuernos de herbívoro. Sin embargo, por dentro tuve
que admitir que la carretera parecía una de esas que, en parte, había visitado
ya durante mis excursiones veraniegas en moto: en el medio crece la hierba y el
musgo en lugar de la línea blanca, una señal de que nadie pasa por allí en
coche, quizá desde hace años, y que llamarla “de doble sentido” significa
concederle una calidad que en efecto no demuestra o que a lo mejor ha perdido
después de más de un desprendimiento al que nadie hizo caso.
Llegamos a otro cruce. Éste también, como vi enseguida,
estaba señalizado en el mapa, aunque vaya más en dirección Lendepeña que
Arquillina, ambas carreteras parecían interrumpirse. Pero ¿de cuándo era el
mapa éste? Desde el principio había decidido confiar en los instrumentos
clásicos, no solo por evocadores de una sana aventura: la señora antipática que
habita nuestro GPS (nunca antes puesto al día) se había quedado sin palabras
inmediatamente después del primer cruce, el que según google maps nos habría llevado a la meta en un pispás, como dicen
aquí en España; con cierta dignidad, debo decir, se quedaba quieta como frente
a una decisión más grande que ella y nosotros, por una vez, no podíamos
reprocharle nada. Hablando de nuestros móviles, la señal iba y venía, de curva
en curva, así como relámpagos de enrarecida inteligencia. Pero justo cuando
estábamos parados en aquel punto entre Lendepeña y Arquillina pude comparar el
mapa con el recorrido visible en mi teléfono y vi que cogiendo la carretera que
iba hacia Arquillina hubiéramos llegado hacia otra población como la de
Arcallana, Boal, que en el mapa estaba indicada un poco más adelante, sobre un tramo
de carretera que volviendo hacia la izquierda, parece bajar directo a Malleza.
“¡Bingo!” exclamé. “¡Por aquí!”
Subimos decididamente, con el cambio automático del Chrysler
tomando sus decisiones en plena autonomía, cosa que a mí, personalmente – aunque
no lo dije en voz alta – me dejaba perpleja: en carreteras como éstas no sé
porqué, o si lo sé, por su carácter peligroso, preferiría tener la ilusión de
ser yo misma la que elige cómo subir o bajar.
Ante la preocupante falta de recodos donde meterse en parte,
que ya empezaban a ponerle a Juan el pelo encrespado, me hizo notar que a su
izquierda, no sólo faltaban guarda raíles, sino que incluso se abrían
considerables barrancos.
“Mira hacia delante” le dije, sin pensar. “Sí, pero ¿Cómo
hacemos si alguien viene de frente?, ¿Eh? ¿Cómo nos cruzamos entonces?” Desde
atrás y lejos, quizá debido al espacio interior, me llegó una vocecita casi tan
preocupada como la otra adulta y por primera vez dudé si dar la vuelta
enseguida: “Mami, pero ¿Cuándo vamos
a llegar?”
Y sin embargo...“Tú no lo pienses” contesté, después de haber
recuperado el tono y la autoridad de mujer y madre cuya tarea, ya se sabe que a
pesar de todo lo que se diga a propósito, sigue siendo la de tener unida a la
familia. Quería seguir intentándolo…
Aunque el barranco antes no me resultara evidente, ahora el
ojo se dirigía allí continuamente y empezaban a venirme a la mente todos los
road-movies de aventuras que conocía. Quizá fuera por el carácter de coche pesado Le salaire de la peur fue uno de los
primeros. Sí pero.... me dije
enseguida, nosotros ¡no llevamos dinamita
en el maletero! El coche está prácticamente vacío y encima nosotros hemos
adelgazado después del esfuerzo inhumano durante la mudanza desde Italia hasta
España en el 2015.
El verde de los árboles, entre tanto, bajo la sombra de la
colina se había vuelto muy oscuro. Contra la lejanía del horizonte
tranquilizaba únicamente la promesa de una comida inolvidable y la imagen del
monte bordado por las aspas de los molinos, detrás de los cuales se quedaba la
luz y se escondía la bajada al otro lado (el mundo rural civilizado, pensé).
Antes, claro, había que alcanzar la cumbre que, por cierto, no daba miedo por
la altura, pero si un poco por la carretera.
De repente, detrás de una curva vimos una casa que parecía
una ruina destartalada, con las cejas fruncidas por el tejado pendiente, la
puerta rota como el diente torcido de una vieja mala; una de estas casas,
pensé, que en el profundo Sur de Italia habían hospedado a los raptados por la
mafia….Unos perros enormes, pastores de los Pirineos, me pareció, saltaron
fuera de improviso como si hubieran estado durmiendo y ladrando como locos, con
los morros llenos de baba, aparecían y desaparecían alrededor del coche; Así
que tenía que haber animales que vigilar: vacas u ovejas rumiando por allí
entre los árboles o a lo largo del barranco empinado. De seres humanos, sin
embargo, ni la sombra. ¡Normal! Estos sitios semiabandonados siguen funcionando
a menudo como establos, los perros son los verdaderos dueños aquí, muertos de
hambre y de soledad, y los hombres vienen una vez al día para ordeñar, llevar
paja y restos de carne.
Lo único que sabíamos ahora
era que podríamos haber tenido al menos una
posibilidad de encontrar a alguien en la carretera y encima viniendo en sentido
contrario al nuestro. Enseguida, después de esta hipótesis todo menos
tranquilizadora, nos dimos cuenta de que el coche estaba pisando tierra y
piedras, echamos una mirada hacia lo alto de la colina y vimos que la sinuosa
carretera serpenteaba en el terreno sin que nada la destacara del suelo
alrededor. No había más asfalto.
“¡Ya está!”, escuché a Juan hablando en voz baja,
"¡paramos aquí!, no tenemos ni el coche apropiado ni las ideas claras y
tampoco sabemos si ésta es la carretera que nos llevaría a Malleza.”
Era verdad. Estaba de acuerdo. El coche, en efecto, no iba
bien en aquel caso: demasiado grande, demasiado para viajar en llano. Yo
empezaba ahora a tener escalofríos, quizá por culpa de la sombra, o de la casa,
o de los perros. Lo que teníamos que hacer era encontrar un lugar más ancho
donde dar la vuelta al minibús, o sea..a la Voyager. Nos obligamos, dadas las
circunstancias, en unos pocos metros más allá: entre el vacío al borde de la
senda y un talud de barro, compacto por el tiempo seco de los últimos días y
por los surcos dejados por un tractor invisible, quién sabe cuándo.
“Éso!, espera que te ayude” le dije abriendo la puerta para
bajar; pero el poderoso instinto de conservación de mi hija explotó en aquel
momento. Mientras nosotros discutíamos no debió haberle quitado el ojo a los
perros y aunque sin miedo alguno, mirando siempre de frente, mi intrépida
italo-española no quería correr el riesgo de que los perros se comieran a su
madre. “¡No te vayas, mamá! NON ANDARE!”
Su padre le dio la razón diciendo que podía realizar la
maniobra él solo, pero ahora era yo la que no confiaba en nadie, así que bajé,
enseguida vi que la carretera era tan estrecha que el mismo coche me hubiera
hecho las veces de escudo. ¡No pasa nada! Y mientras los perrazos ladraban
intentando buscar la manera de saltar más allá del coche, cumplí con la
operación: unas veinte maniobras milimétricas entre el talud de barro y el
barranco. Cuando el morro de la estadounidense estuvo mirando en la dirección
de donde veníamos, respiré pensando: “¡Ya está!, ¡hecho! también respiré
tranquila al pasar por delante de la maldita casa en ruinas que tanto me había
inquietado . Ya tenía otra vez las baterías cargadas, claro que desilusionada,
pero...... volveríamos en moto en verano para recorrer toda la carreterita
hasta Boal y de allí, hacia Malleza.
De repente me acordé, ¡el restaurante!, pero ¿Qué hora era?
Demasiado tarde ya incluso para pensar en llegar por la carretera normal. Sería
mejor llamar y dejar la comida para otro día. Comeremos en San Martín, me dije, yendo por la querida y conocidísima AS222! En el Mesón Eduardo,
después de todo, se está bien... De todas formas, con el hambre que teníamos
todos, cualquier sitio hubiera venido bien.
Volvimos hasta donde empezaba otra vez el asfalto y me agarré
a la señal. “¿Si? ¿Manti? Hola, soy
Marina” (me conocen desde que señalé el restaurante en mi artículo para
Motociclismo, en Italia). “Somos los que
tenían que llegar a las dos”, añadí mientras buscaba rápidamente una excusa
que pudiera parecer más lógica de un: “hemos
intentado alcanzaros por una carreterita que en cierto momento se ha convertido
en una senda de vacas”, y me salió: “Lo
siento, pero el coche nos ha dejado tirados, tendremos que ir otro día…” La
sólida y sonriente Manti, la camarera ideal, me dio algo así como un empujón en
la espalda tranquilizándome con su voz amable, a la manera en la que se
desenvuelve un camarero profesional. Al final me dijo: “Que todo os vaya bien”, una frase que, pensándolo ahora, no sé
cuánto ha podido colaborar en establecer los hechos, junto con mi mentira, o
quizá tan solo mantenerlos en equilibrio.
Hablando ya con normalidad de cosas variadas (al ritmo de:
¿Falta mucho para llegar?”) con el buen humor típico de los supervivientes y de
camino a Arcallana que, en comparación con la segunda parte, a la ida, ahora
nos pareció un paseo, oí de repente un silbido en crescendo y luego a Juan
decir : “¡Coño! ¡El agua está hirviendo! Me paro.”
Antes de que pudiera añadir otra palabrota, una nube de humo
denso empezó a salir del radiador (¡Igualita
a aquella exhalada por el viejo camión en el que viajan los inmigrantes hacia
California en “Las uvas de la ira”! me dije, pensando seguidamente en el
paso inimitable de Henry Fonda en
aquella película, así como en el último destello de elegancia en un mundo
vulgar. Y luego: “Bingo…”).
Otro sonido parecido a un par de huesos artríticos que se
sueltan nos hizo quedarnos a la espera, antes de que el tapón del radiador
explotara dando un salto contra el asfalto y dejándonos como suspendidos
mirando el líquido fosforescente que se derramaba hasta la última gota por el
suelo pendiente hacia un lado.
“Nos hemos cargado el coche” fue la primera frase calmada de
mi marido. La niña, detrás, tendida toda ella para mirar hacia fuera, en
respetuoso silencio, como en los momentos trágicos, dejaba por una vez los
comentarios a la música que acompaña el juego de la heladería del Doct. Panda. Lo
hacemos todo bien, pensaba yo mientras tanto: calefacción de pellet, cocina de leña, doble cristal en casa y luego lo
desbaratamos todo de golpe en cuanto a contaminación ambiental se
refiere....Tengo hambre…
Y allí estábamos, parados por una avería sin solución
inmediata; una avería grave, además, la que quizá hubiera acabado antes de
tiempo con otro capítulo de nuestra historia titulada: “El coche que siempre he soñado conducir, y que ahora se vende barato”
(a muchos habíamos salvado la vida…alcohólicos sin esperanzas: Range Rover,
Saab, Subaru, Mini, BMW…incluso un escarabajo, pero ¿Era posible que éste nos abandonara ya?). Lo peor era, sin
embargo, que el mío parecía un accidente invocado, puntual como un relámpago.
¿Me estaba convirtiendo en una bruja con la edad? ¿O por el cambio de país? Me
sentía tan humillada que hice que Juan saliera por detrás del capó abierto del
Chrysler mientras murmuraba una frase que hubiera tenido que levantarme el
estado de ánimo:
“Acuérdate de darme seis números para jugar en la loto cuando
baje a Madrid la próxima semana”.
Ya…Pero no sólo la capital resultaba muy lejana en aquel
momento: incluso nuestra casa, a unos 6 Km, parecía inalcanzable. Nos
encontrábamos en medio de la nada…Ninguna grúa de asistencia en carretera
hubiera llegado hasta allí, ni siquiera
un taxi…Además, ¡a las tres de la tarde de un sábado antes de Navidad! Y
en Asturias, pensé, donde la gente no para de irse fuera a trabajar; solo
quedan ya un puñado de ancianos en cada pueblo y en diciembre no se alejan de
su cocina de leña, o de la carretera principal paseando bajo un pálido sol….
quedan también unas pocas familias de campesinos u obreros en las fábricas de
Avilés que en un día como hoy habrán ido a visitar a los parientes, o a Luarca
de fiesta.
Nadie nos hubiera ayudado.
Y empezamos a andar, cada uno con sus cosas en la mano, las
que hubiéramos regalado con gusto a cambio de que alguien nos llevara hasta
casa: mi bolso estaba lleno de todo lo posible, el teléfono con el que Juan
llamaría a la asistencia en cuanto llegáramos a Arcallana, la tablet sin
batería que Matilde, otra vez charlatana y contenta, utilizaba ahora de bandeja
sobre la que poner bayas, ramitas, hojas secas y crujientes…
No quedaba más remedio que hacer todo el recorrido andando,
siguiendo la sinuosidad de estas curvas menores, con la cabeza agachada y los
nervios tensos; subidas y bajadas sobre un asfalto manchado de musgo y roto por
la hierba, respirando el silencio: un silencio mil veces más denso y absoluto
que el de donde vivía antes en Italia. La casa con todo la teníamos en pleno
campo. Entre tanto, el cielo se volvía poco a poco más frío y destacado, como
el cristal que cubre una vitrina de miniaturas animadas dentro de un pequeño
bosque. En cierto momento cogimos incluso unos palos de eucalipto, parecidos a
huesos desnudos, por si se diera la casualidad de que salieran del bosque los
lobos. Según dicen, viven muchos lobos aquí y asaltan en manada cualquier presa
comestible; los guardias forestales los matan cuando ven que se acercan a las
propiedades, a pesar de que esté mal visto por los animalistas, aquellos se han
puesto de acuerdo entre sí y a escondidas lo hacen; en Asturias hay gente que
todavía vive sólo de sus animales: leche, queso, carne. Perder unos ejemplares
puede significar la ruina.
Hemos caminado y caminado turnándonos para llevar a la niña
que, al final, tuvimos que cargar como un corderito en la espalda hasta que
vimos las luces de las primeras casas y a lo lejos la 222 antes de que
anocheciera, ya justo delante de la parada del autobús. Desde hace tiempo me
decía que debería aprovechar un día de sol para aparcar en aquella parada y dar
una vuelta por Arcallana... Ahora, sin embargo, solo tenía frío y estaba
cansada.
Llamamos a la puerta de una casa de pueblo, nos abrieron un
hombre y una mujer ya no tan jóvenes y con cara sorprendida, como si hubieran
visto a Santa Claus allí fuera en nuestro lugar. A su alrededor, un par de
chicos con aire despierto, una niña de unos cuatro años, y una abuelita
acurrucada como una gata ronroneando al lado de la estufa, en la cocina.
Ninguno podía creer que nos hubiéramos atrevido a coger la
carretera para Arquillina con nuestro coche. Mezclando un bable cariñoso y
suave con el castellano, el hombre dijo, riéndose, que aquellas carreteras
habían nacido ¡para los carros! o ¡para ir andando! Ninguno iba con su coche por allí, añadió la mujer, con una sonrisa
tan ancha como sus ojeras, en tal caso los cazadores. (¡Eso es! pensamos entonces al mismo tiempo: inconscientes…
precisamente los cazadores hubieran sido justo aquellos con los que hubiéramos
tenido que desafiarnos para ver quién era el que se iba abajo por el barranco).
Nos calentaron delante del fuego, hospitalarios, haciéndonos
pocas preguntas, sin curiosidad excesiva, a la manera de la gente de aquí,
reservada. El hombre se fue luego a por el tractor y sin esperar al día
siguiente, se ofreció para llevar la Chrysler como un carro lleno de paja hasta
la nacional. Juan y él engancharon el coche y se lo llevaron (a la vuelta el
hombre estaba entusiasmado como un niño: hay
que ver ¡donde puede hacer maniobra un tractor! ¡Qué Chrysler ni Chrisler! Ésa, ¡sólo en autopista! El próximo coche
(clásico) sería un 4x4 con el que dar vueltas
incluso con la familia por carreteras de tierra…) Matilde, recuperada ya
toda su energía con un Colacao, estaba también entusiasta: la casa era justo
aquella en la que vivía la niña de ojos soñadores junto a la que se sienta cada
día cuando sube al autobús para ir al cole. Habían jugado juntas alrededor de
un árbol de ésos de los chinos, lleno de luces y adornos.
Yo me había quedado al lado del fuego, de charla junto a la
abuelita ronroneando y la dueña de la casa preparando la cena del 24. Estaba
exhausta y al mismo tiempo me sentía mejor que nunca…Como si después de aquella
prueba hubiera llegado hasta donde tenía
que llegar, al final del viaje: a mi nueva tierra. Me rondaba únicamente en
el pensamiento la historia del accidente que había perpetrado sin pensar, como
si no fuera nada, y de manera más positiva iba reflexionando sobre nuestra marcha en el medio de
una naturaleza durmiente, que al fin y al cabo nos había dejado pasar. Pensaba
en cómo íbamos vestidos, al menos yo, como para ir a comer fuera, en
comparación con la ropa vieja de los locales que en aquel día no se habían
movido de casa y pensaba en cómo íbamos cargados con nuestras pertenencias a lo
largo del camino, un poco como los Reyes Magos: la carretera desierta, el
andar, las cosas en las manos, cosas que en aquel momento habríamos regalado
con gusto a cambio de una ayuda, el cielo lleno de estrellas. Sin embargo,
nosotros no teníamos nada que dar a esta gente. Nos habían salvado, pero no
teníamos nada, excepto nuestra gratitud y cortesía.
Así concluye la aventura, con las miradas fijas sobre las
luces del ángel de la guardia, la asistencia llegando por la carretera antes de
medianoche; nuestras caras envueltas en la neblina de los alientos y las manos
heladas tendidas en el último saludo hacia el hombre que se metía a cubierto en
el tractor. Mañana, como de costumbre, se despertaría antes de que se levantara
el sol, a pesar de ser domingo.
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