
La mia pista da ballo è da sempre peculiare, molto specifica: le migliori curve di un passo di montagna, meglio se lo conosco bene; il Muraglione per esempio, ai cui piedi ho la fortuna di vivere da sei anni ormai, è la mia preferita. Ma ho imparato altrove, lungo pochi chilometri fuori da un paese vicino: non è neanche un passo, è piuttosto una strada piena di curve che riconduce a un'altra strada piena di curve, che portava su altri due passi storici, la Futa e la Raticosa. Come in una palestra dove uno si reca per allenarsi, io facevo su e giù per quella strada e imparavo a ballare ancora senza saperlo. Allora mi dicevo che stavo "imparando a guidare". Gente che ne sapeva più di me mi aveva dato qualche dritta teorica: inclinare il corpo insieme alla moto verso l'interno di ogni curva, sporgere dalla sagoma con la spalla e il fianco, e giocare di gas, rallentare prima di imboccarne una, accelerare dolcemente durante e un po' più in uscita; usare le gambe coi piedi sulle pedane come il timone della nave: una leggera pressione sulla gamba interna per mantenere la forza centrifuga e un colpetto su quella esterna per risalire, rimettersi dritti e ondeggiare verso la successiva. Era una sfida affrontare la strada, seppure alla mia velocità moderata - soprattutto allora, avevo una moto piccola e facile, la mia SR - e mi piaceva soprattutto sentirmi respirare, aggiustare la respirazione al ritmo delle curve, sentir scivolare il fianco, morbido sulla traiettoria portata dal mio stesso fiato, esalato in continuità, gradualmente.
Non dimenticherò mai quella scuola solitaria, sensuale, ostinata, messa in pratica tutte le volte che potevo, e il sollievo di uscirne viva se avevo guidato bene, e non solo viva: più donna, curiosamente, come se avessi appena fatto l'amore con qualcuno capace di farmi sentire così. Una strada piena di curve, in fondo, è di per sé qualcosa di molto femminile: sinuosa, a volte contorta, infida e ammiccante allo stesso tempo, ruvida e liscia. La moto è lo strumento ideale per sentire una bella strada così - ovviamente la moto adatta; anche se è la nostra guida ad adattarla al percorso, è chiaro che il modello fa sì che ci si possa divertire di più o di meno. Indubbiamente "lo strumento", in sé, è maschile.
Una contraddizione quindi, sentire solitamente "la" moto come una femmina tra le nostre gambe, quando poi la percezione più forte, almeno personalmente, è quella di penetrare la strada grazie a lei, mentre lentamente si comprende la prima, si impara a conoscerne i punti deboli, le ombre, e i suoi lati migliori.
È evidente che sto parlando di una dimensione ideale del sesso, e dell'amore, la dimensione perfetta, che unisce al piacere la sensazione sicura del rispetto, d'essere rispettate e di rispettare il mistero dell'altro.
Tornando al Muraglione poi, nel mio caso l'uscire in moto equivale da tempo a una riprova di una certa qualità della vita che per fortuna posso permettermi: posso permettermi il lusso di non andare a ballare il sabato sera, come fanno tutti. Lavoro a casa, il tempo me lo gestisco da me. Quindi, io vado a ballare durante la settimana, di mattina preferibilmente, che è quando la luce mi piace di più e il corpo risponde meglio alle sollecitazioni della strada. Quando sono più fortunata l'otto volante del passo è come una mia strada privata, un amante prediletto non condivisibile con nessuno: non incontro anima viva che sale o che scende, sono sola - siamo sole - io e la moto e la strada; i nostri unici testimoni sono gli alberi e la montagna, il vento, l'asfalto. Il silenzio soprattutto, è una scoperta, quando arrivata in cima spengo il motore, e restando in sella chiudo gli occhi e respiro, assaporando l'aria e ogni cosa, il momento, uno di quelli in cui si può affermare d'essere vivi, e che rimpiangeremo il non poterlo essere più, un giorno.
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Foto: Nathalie Krag |
Preferisco non chiamarla solo uno strumento di fuga; non ho ragione di fuggire da niente di brutto o di noioso, a parte forse la ripetizione stessa, il veleno che assilla il quotidiano di tutti, più probabile quando si ha una famiglia. No, la motocicletta è strettamente connessa all'amore, quel che si fa con "lei" è piuttosto un tradimento virtuale, autorizzato, e profondamente intimo.
E mi ripeto che la intuizione di Dekeukeleire era giusta: che Yvonnie con la sua moto non poteva che perdersi in un sogno erotico lungo quanto la strada che percorre, irrazionale come le montagne. Impaziente di arrivare, o forse, solo di tornare da chi aveva lasciato a letto, la mattina presto.