Mi scrive una
mail un carissimo amico, proprio quando avevo deciso di scrivere su di lui,
qui, a proposito della mia vecchia, cara impazienza caratteriale, che in questo
caso si scontra con la pazienza di un uomo che difende la propria passione con
l’impegno e l’ostinazione di un eroe, ma in certo senso anche si riflette nell’impazienza
di non lasciare MAI intentato il Sogno...
Ho conosciuto
Costantino Frontalini molti anni fa. Era
forse il 1998 o ‘99. Stavo scrivendo il mio libro sul valore simbolico della moto nel
cinema, e per caso trovai sulla rivista periodica della FMI un’intervista a un
collezionista di sidecar, che viveva in provincia di Macerata e gestiva un
piccolo museo personale con i suoi modelli, un centinaio, accumulati nel corso
degli anni da quando, in gioventù, si
era innamorato di questo mezzo potentemente
evocativo, poetico e bizzarro.
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Foto: Paolo Grana |
Costantino non
era (ed è!) solo un collezionista. Era un idealista, un sognatore eccentrico,
uno che andava controcorrente, difendendo senza protagonismi un’”idea” che era
semplicemente la sua. È vero che l’aveva esposta e propugnata, negli anni, al
suo Comune e a quant’altri: che l’idea di un Museo Nazionale sulla Storia del
Sidecar avrebbe contribuito a illustrare la Storia, non solo italiana,
attraverso un punto di vista specifico e affascinante: l’evoluzione della
macchina e delle due ruote in particolare, che avevano portato l’uomo (prima i
pazzi e i più coraggiosi, poi anche la gente comune) a muoversi più facilmente
verso le proprie mete. Ma nessuno l’aveva mai preso sul serio.
Niente fondi, poco
interesse, moltissima ottusità, diverse prevenzioni ancestrali verso la moto, niente
Museo. ..Niente Museo? E chi l’ha detto? Costantino se l’era fatto da sé, il
Museo, nel giardino di casa sua! Ai piedi del paesino di Cingoli, Macerata. Tre
capannoni in legno e lamiera, uniti tra loro, come piccoli hangar, e
periodicamente organizzava e riceveva le visite delle scuole locali, e faceva
sognare i bambini raccontandogli – come soltanto lui sapeva, e sa fare –
l’evoluzione delle due ruote dalla fine dell’800 fino più o meno agli anni
Sessanta, quando il sidecar viene ufficialmente soppiantato dalle prime
utilitarie, e lentamente scompare.
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Foto: Paolo Grana |
Mi è sempre
piaciuto pensare, anche se probabilmente il nostro è stato un processo mentale
all’unisono, che in parte il mio libro, Due ruote e una manovella, abbia un po’ ispirato Costantino in quella
che era stata la mia idea di partenza: la “macchina cinema” e la “macchina
moto” nacquero in fin dei conti negli stessi anni, stesse date (intorno al
1895), con identiche motivazioni iniziali: procurare divertimento alla gente,
una variante per passare il tempo libero.
E quale miglior
scusa per rivedere il XX secolo se non attraverso l’occhio “dinamico” della
macchina da presa e delle due ruote? Il secolo delle grandi invenzioni, della
conquista all’impossibile, dell’aria e dell’immagine in movimento, trasforma il
Novecento in una meraviglia continua da scoprire, nell’esempio del secolo
tecnologico per antonomasia, frenetico ma anche mosso da un gran romanticismo. Il
Secolo Impaziente...di uccidere se stesso anche, il suicidio graduale della
nostra società iniziò allora. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.
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Foto: Paolo Grana |
Io farò di tutto
per esserci, come in ogni altra passata occasione. E consiglio, a chi può, di
andarci, anche da inesperto di moto, perché le moto, qui, sono le specchio
attraverso cui rileggere la nostra Storia. E anche un po’, noi stessi. Grazie, Costantino!